
Esaminiamo quanto dice il prelato, partendo dal fondo. Sostiene che è il potere del denaro la causa dello svuotamento del sistema democratico, per così dire, dall’interno: ogni persona dotata di occhi orecchie e cervello non può che sottoscriverne la palese evidenza. Suggerisce, parafrasando Giorgio Gaber, che “democrazia è partecipazione”, e questo è indiscutibilmente vero se si pensa chi ne ha inventato il concetto e lo ha applicato, il Greco antico, la concepiva esclusivamente come esercizio diretto della sovranità da parte dei “molti” (il “popolo”), altrimenti il rischio è cadere nel suo contrario, che è appunto l’oligarchia (“governo dei pochi”, intesi come privilegiati per ricchezza e lignaggio). Dal Ferro ricorda che, inserita nella Costituzione vigente, è già a disposizione un’arma che è la sussidiarietà, principio che favorisce la partecipazione riavvicinando il cittadino al potere. Infine, boccia la democrazia rappresentativa, che lui chiama “quantitativa”, in quanto la delega è facilmente manipolabile dalle lobby politico-economiche, specialmente attraverso i media da loro controllati. Da cattolico auspica, poi, che la democrazia possa riformularsi secondo valori etici validi per tutti, come succede nell’Islam (fra parentesi: questo accade nel tanto vituperato Iran, dove ognuno può avere ed esprimere le opinioni che vuole a condizione di non mettere in discussione neanche per sbaglio il Corano e la sua interpretazione sciita).
Ora, a parte l’ultima nota che non condivido ma che, in bocca a un prete, posso capire, mi trovo d’accordo con quanto detto da monsignor Dal Ferro dalla prima all’ultima parola. Concordo sull’analisi del problema, e anche su quella che mi pare la direzione d’uscita: partecipazione dal basso, cioè democrazia diretta su base locale. Mi sento un po’ meno solo, oggi, in questa città.
di Alessio Mannino
di Alessio Mannino
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