21 novembre 2010

Memorie della ghigliottina



Gira voce che quella del 2 giugno 1992 a bordo del Panfilo Britannia di "Sua Maestà Regina d’Inghilterra” non sia stata altro che una mera "crociera" organizzata dai magnanimi finanzieri della City di Londra, notoriamente animati da cristiano spirito di solidarietà, e finalizzata a distogliere gli esausti "tecnici" (Draghi in primis) italiani dai gravosi compiti di governo e di fornir loro qualche piacevole momento di ristoro.

A questa idilliaca visione del recente passato italiano, le inguaribili, paradisiache "anime belle" (molti delle quali si definiscono anticapitaliste, antimperialiste, pacifiste e chi più ne ha più ne metta) all'amatriciana, vuoi per gonfiare ulteriormente il portafogli, vuoi perché non hanno potuto far altro che portare il cervello all'ammasso, sono solite affiancare una speculare demonizzazione nei riguardi di chiunque non accetti di bersi queste ignobili idiozie e perseveri nel puntare il dito contro il colossale progetto eversivo enfaticamente denominato “Mani pulite”, architettato e pianificato dai ben noti centri di potere d'oltreoceano e messo in pratica da uno sparuto manipolo di contractors nostrani; una congrega di burocrati bramosi di denaro e potere in combutta con una "sinistra" fresca di nietzschiana conversione al più buio nichilismo proprio di chi prende atto della "Morte di Dio", da costoro identificata con il fallimento del “comunismo reale” appena sepolto sotto le macerie del Muro di Berlino. E' si, perché il collasso dell'Unione Sovietica aveva in un batter d'occhio reso obsoleta ed inadeguata un'intera classe politica nata, cresciuta ed invecchiata all'ombra del Muro e della logica bipolare che aveva regolato gli equilibri dei cinquant'anni precedenti. Quel che ci voleva era un radicale cambio della guardia, che investisse non solo e non tanto la spina dorsale italiana DC - PSI, ma soprattutto l'intera struttura assistenziale dello stato italiano, che deteneva un ingente patrimonio di aziende strategiche, istituti di credito, vie di comunicazione. La campagna giudiziaria denominata "Tangentopoli" nacque in risposta a questa specifica esigenza di "rinnovamento", e si badi bene che non si trattò semplicemente di un mero insieme di operazioni di giustizia, bensì di un preciso progetto eversivo in cui Borrelli, Di Pietro e compagnia ottennero "luce verde" ed ebbero buon gioco per innescare il devastante effetto domino che coinvolse quasi tutta la classe politica italiana (con l'eloquente eccezione del PC, guarda caso), attorno alla quale l'intera editoria italiana ("La Stampa" di Agnelli, "La Repubblica" di De Benedetti, il "Corriere della Sera" dei soliti poteri forti) aveva già da tempo iniziato a stringere una morsa mediatica di altrettanto impressionante vigore. Dal canto suo, l'opinione pubblica, distolta dalle personalissime vicende giudiziarie di questi ladri di polli, scoprì di colpo l'esistenza di uno stato clientelare regolato da un sistema endemicamente tangentizio, e preferì non interrogarsi troppo su ciò che stava accadendo, fermandosi al vacuo pettegolezzo. Così, nell'indifferenza più totale, i vari "tecnici" senza macchia né peccato ebbero vita facile quando, ad un solo mese dalla fatidica "crociera" sul Britannia, trovarono calda accoglienza nell'esecutivo ipertecnico guidato da Giuliano Amato, che si affrettò a varare un decreto (decreto numero 333) che disponeva che le compagnie fino a quel momento pubbliche ENI, ENEL, IRI (qui il signor Prodi fece la parte del leone) ed INA si trasformassero in società per azioni (SPA) e ad ingaggiare, per mezzo dell'indiscutibile cavaliere errante Carlo Azeglio Ciampi, uno strenuo braccio di ferro con il "filantropo" George Soros, il quale si stava attivando per mettere le proprie zampe speculatrici sulla lira, che dopo l'onerosissima ma (ci mancherebbe...) "accanita" difesa portata avanti da Ciampi subì puntualmente una svalutazione del 25% nei confronti del dollaro, nel tripudio generale degli scaltri burattinai di tutto il teatrino, che videro così concretizzarsi tra le proprie mani la possibilità di fare pieno bottino a prezzi di liquidazione. Il governo tecnico guidato da Lamberto Dini si distinse invece per aver ridotto al silenzio con metodi a dir poco farseschi quella pericolosissima Cassandra di Filippo Mancuso, che si era permesso di puntare il dito contro le superstar del pool milanese, accusandole di aver reiteratamente fatto strame delle più elementari garanzie costituzionali. Emblematico, in questo senso, fu il caso che vide come oggetto delle “attenzioni” del pool milanese il direttore dell'IRI Franco Nobili (successore di Romano Prodi), incarcerato in via preliminare per due mesi senza che gli venisse contestato alcun capo d'accusa. Le "anime belle" ovviamente invocheranno scandalizzate la becera dietrologia qualora ci si azzardi ad evidenziare il fatto che Nobili aveva dato incarico alla "Merrill Lynch" di esprimere una stima del valore della banca "Credito Italiano", in procinto di essere privatizzata, e che tale incarico fu revocato durante la sua detenzione e concesso ai famigerati e ben noti angioletti di "Goldman Sachs", che espressero a loro volta una stima di tre volte inferiore a quella data da "Merrill Lynch" (circa 10.000 miliardi di lire). In questi giorni si sta profilando la concreta possibilità che sarà un altro esecutivo tecnico a "salvare il salvabile", un governo, cioè, pieno zeppo dei vari Draghi, Padoa Schioppa, Monti e compagnia bella, gentaglia che ha fatto la spola tra FMI, BCE ed altre banche del sangue sempre a completa disposizione degli insaziabili vampiri che già a inizio anni Novanta avevano messo gli occhi, e non solo, sull'Italia. Riflettere per un attimo su tutto il "buono" che i tecnici avrebbero fatto per questo paese, è un’operazione psicologica particolare, in grado di instillare anche negli individui caratterizzati dal temperamento più tollerante e mansueto la speranza di un ritorno ai metodi tanto cari a quel gran rivoluzionario di Robespierre. Con una "Gioiosa macchina da guerra" consimile i risultati di certo non mancherebbero.


di Giacomo Gabellini

Destra e sinistra in pubblico, ma poi…



Qualche giorno fa ho pubblicato sul Giornale, una notizia con un retroscena insolito. Ricordate il Sexgate? E Newt Gingrich, l’implacabile accusatore repubblicano di Clinton? Ebbene ora apprendiamo che i due implacabili nemici di giorno, la sera, in gran segreto, erano complici. Si ritrovavano per… parlare di donne. Già, perché anche il moralista Gingrich aveva un’amante. E Clinton divenne il suo confidente, come potete leggere qui

L’episodio è divertente e anche un po’ boccaccesco, ma emblematico di un modo di fare politica che non è limitato alle questioni di letto. Negli Stati Uniti più ci si avvicina al vertice e più le distinzioni,. nella gestione del potere, tendono a scomparire, pur salvaguardando l’apparenza.

Ad esempio: sui grandi giornali, nessuno scrive che quasi tutti i ministri della Difesa e del Tesoro sono membri del Council on Foreign Relations, il quale è un rispettabile istituto di politica internazionale, ma anche la fucina delle élites politiche – e spesso anche economiche – degli Stati Uniti. Democratiche e repubblicane. Escono quasi tutti da lì, in posti di primissimo piano (si contano anche diversi presidenti), o come sherpa dietro le quinte. Politici, che, come Bill e Newt, di giorno litigano, ma la sera si ritrovano. A parlare. Non certo solo di donne.

E lo stesso schema si sta diffondendo in molti Paesi. Che cosa distingue i laburisti post Blair dai conservatori alla Cameron? Solo l’etichetta. In Spagna i popolari di Aznar dai socialisti alla Zapatero? Solo questioni etiche e religiose, ma su tutto il resto la continuità è evidente. E guardando ieri sera la trasmissione, noiosissima, di Fazio Fazio e del guru (senza spessore) Roberto Saviano, mi ha colpito la similitudine tra Bersani e Fini, nell’elencare i valori della destra e della sinistra. Un cumulo di banalità, che lascia intravedere una convergenza di fondo, sul modello di società, sull’immigrazione, e, naturalmente, sulle modalità di gestione (reali) del potere,

Tra i due vedo poche differenze sostanziali. Come avviene negli Usa. E’ un caso?

di Marcello Foa

20 novembre 2010

Sovranità, bombe atomiche e patacche


nuclear-bomb-testing

Tra due giorni il vertice NATO di Lisbona deciderà dove dislocare le circa 200 testate nucleari tattiche attualmente sul suolo europeo, sparse tra Belgio, Italia, Germania, Olanda e Turchia.

Dislocare dove, visto che Belgio, Olanda, Germania e altri - avendo male interpretato, evidentemente, le promesse di Obama di andare verso una drastica riduzione delle armi atomiche- avevano dichiarato di non volerle più sui loro territori? Resterebbero, dunque Turchia e Italia. Ma la Turchia di Erdoğan negli ultimi tempi è diventata un alleato assai scomodo. E non solo è poco verosimile che qualcuno le faccia una tale proposta, ma è ancor meno verosimile che Ankara l'accetterebbe.

Rimane, apparentemente, l'Italia, che sulle sue circa 80 bombe atomiche sparse nei suoi territori non ha mai detto parola, né ai tempi del centro sinistra, né ai tempi presenti della destra. E oggi, con un Berlusconi traballante, bisognoso dell'aiuto dell'abbronzato presidente, non vede l'ora di accettare. Intanto quelle armi non fanno nemmeno il solletico all'amico Putin.

Il fatto è che la decisione non è passata inosservata in Europa. Un nutrito gruppo di leader politici europei dell'Europa pre- 11 settembre hanno alzato la voce protestando: perché tenerci queste bombe atomiche? E qual è il ruolo della NATO in questa fase? I nomi erano grossi e restano grossi anche oggi: sono Helmut Schmidt, ex cancelliere tedesco, l'ex ministro degli esteri belga, Willy Claes, l'ex ministro degli esteri britannico Des Browne, e l'ex primo ministro olandese, Ruud Lubbers. E le stesse domande irritate sono risuonate in numerose altre capitali europee minori, un tempo prostrate di fronte a Washington. Naturalmente nel silenzio tombale di Roma.

Tutti pensano, come noi, che quelle 200 bombe atomiche non aumentano la nostra sicurezza. Tutti pensano che, anzi, sono pericolose solo per noi europei. Ma non si può certo dire che non servano a niente. A qualcosa servono: a costringerci a tenere in casa le basi americane, cioè a tenerci legati, mani e piedi , agli Stati Uniti. I quali, precipitando - come stanno facendo (e non pochi europei cominciano ad accorgersene) - trascinano giù anche noi.

Ma una cosa gli Stati Uniti continuano a fare ad alti livelli professionali: lo spettacolo. Ieri un sito abbastanza misterioso, avaaz.org (ma molto bene organizzato. Indirizzo New York, 857 Broadway, 3-rd floor) ha lanciato un appello drammatico, dicendo cose in parte vere (come quella dell'Italia prona), in parte stravaganti (come quella della Turchia, appunto, destinataria di quelle armi). E invitando a firmare un appello contro le bombe con la promessa che «se raggiungeremo le 25.000 firme ci daranno voce in Parlamento prima del vertice».

Qui la stranezza diventa meglio visibile. A chi daranno voce? Chi porterà quelle firme in Parlamento, visto che il link delle firme conduce in un altro posto virtuale e non alla Camera dei Deputati e al Senato della Repubblica? E da quando in qua 25.000 firme garantiscono che verrà data voce a voci diverse da quelle del Potere? A noi risulta che il Potere non ha dato voce a ben più di 25.000 firme, in questo paese preso per i fondelli dal maggioritario e dalla legge porcata.

Insomma: una sollecitudine che puzza lontano un miglio di prestazioni da multi-level marketing, o di rivoluzioni colorate.

Restano, oltre le ingenuità e le truffe che navigano in rete, le bombe atomiche che si muoveranno sulle strade e sulle ferrovie europee alla ricerca di un nuovo parcheggio. Fino a che l'Europa tornerà ad essere un paese sovrano e non com'è stata ed è un conglomerato a sovranità limitata.


di Giulietto Chiesa

19 novembre 2010

In arrivo il governo dei banchieri


di Andrew Spannaus



Dietro allo scontro politico italiano lo spettro della "cura greca" chiesta dalla finanza internazionale

Un'analisi attenta della politica e della storia ci deve sempre portare a guardare i processi sottostanti, e non solo gli eventi particolari. Seguendo questo metodo socratico diventa facile capire come il subbuglio creatosi tra i partiti italiani nel periodo recente ha poco a che fare con gli scandali di Berlusconi e Fini, o anche con le posizioni (molto mutevoli) adottate dai leader di partito da un giorno ad un altro. La realtà è che da molti mesi è in atto un processo inteso a sostituire il governo italiano con un esecutivo tecnico, con il compito di attuare "riforme" urgenti che sono ben più difficili da attuare quando i partiti devono rispondere direttamente ai propri elettori.

Basta uno sguardo veloce oltre ai propri confini per capire la direzione generale. Mentre il governatore della BCE Trichet chiede tagli alle pensioni, e i "mercati" esigono credibilità nel ridurre i deficit di bilancio, sono stati annunciati piani di austerità in numerose nazioni.

I casi menzionati sulla stampa sono solo quelli dove le resistenze della popolazione sono più forti, per esempio il Regno Unito, la Francia, e la Grecia. Negli Stati Uniti la Commissione Fiscale istituita dal presidente Barack Obama ha cominciato ad annunciare le sue proposte di forti tagli alla spesa statale, a partire dalla Social Security (beninteso, difendendo la riduzione delle tasse per i più ricchi, ma senza considerare misure contro la speculazione finanziaria). Così, la situazione italiana va vista nel contesto di una spinta internazionale verso misure di austerità pesanti, guidata proprio da quegli interessi finanziari che da decenni vedono nello Stato l'ostacolo principale alla loro "libertà" di mercato.

Da questo punto di vista il Governo Berlusconi rappresenta un impedimento alle misure richieste. Certo, sotto la minaccia di un attacco al debito pubblico italiano l'esecutivo ha già seguito una linea di rigore, bloccando gli investimenti che sarebbero necessari per l'economia reale. Per non parlare del fatto che i margini di manovra dei governi nazionali sono stati ridotti di parecchio dalla normativa comunitaria, in cui si sono codificate le politiche in stile FMI che mirano a gestire i parametri monetari a prescindere dalla progressiva distruzione di ricchezza nell'economia reale. Ma la finanza internazionale non si fida di questo governo, e in modo particolare del Ministro dell'Economia Giulio Tremonti. Si ricordi che l'Italia è stata tra i pochi paesi a non rifinanziare le banche durante la crisi degli ultimi tre anni; i cosiddetti Tremonti Bonds, che impongono dei vincoli a favore dell'investimento produttivo, non sono stati accettati dalle più grosse banche italiane, e hanno provocato uno dei tanti scontri pubblici tra il Ministro e Mario Draghi, che si è lamentato dell'interferenza politica nell'economia. E la cooperazione internazionale portata avanti dall'Italia in zone difficili - per esempio con Vladimir Putin e la Russia - dà non poco fastidio ai manipolatori della geopolitica a Washington, Londra e Bruxelles.

Gli alleati della City puntano alla formazione di un governo tecnico, per gestire l'emergenza. I partiti di opposizione ci pensino bene prima di accettare una tale soluzione nella speranza di cambiare la legge elettorale; basta ascoltare attentamente le dichiarazioni di alcuni politici di peso (anche tra le proprie file) per capire che i compiti di un esecutivo tecnico andrebbero ben oltre. Si parla di emergenza economica, dei governi tecnici degli anni Novanta come punto di riferimento, e di riforme strutturali per garantire la stabilità del paese.

Quali sarebbero queste riforme strutturali? Di nuovo, la lista è già stata resa pubblica: tagli pesanti alla previdenza sociale, la privatizzazione delle municipalizzate (bloccata dalla Lega Nord), e l'ulteriore liberalizzazione di ogni servizio pubblico. I nomi più accreditati sono quelli di Mario Draghi e Luca Cordero di Montezemolo. Il modello economico del primo è ben noto: la correttezza delle regole per garantire che la speculazione mantenga il dominio sull'economia produttiva; per quanto riguarda il secondo, considerando come intende mettere le mani sui profitti dell'alta velocità ferroviaria - lasciando allo Stato gli investimenti e le perdite - si capisce dove ci porterebbe.

Una recente mozione presentata da Francesco Rutelli al Senato parla chiaro:

"... e) le liberalizzazioni sono urgenti, e va tradotta in disposizioni legislative la segnalazione al Governo del febbraio 2010 da parte dell'Autorità garante della concorrenza e del mercato, riguardante i mercati dei servizi pubblici (postali, ferroviari, autostradali e aeroportuali), energetici (carburanti e filiera del gas), bancario-assicurativi, degli affidamenti pubblici e di tutela dei consumatori. Vanno recepite nella Costituzione le norme dei Trattati UE sulla concorrenza. Vanno rafforzate le norme in materia di servizi pubblici locali: troppi monopoli stanno spingendo verso l'alto le tariffe... " (1-00314 del 6 ottobre 2010).

L'incessante richiesta di liberalizzazioni e tagli alla spesa pubblica è il marchio di fabbrica di coloro che hanno creato la crisi economica attuale, ben lontani dalle misure rooseveltiane che potrebbero innescare una ripresa vera. Niente investimenti pubblici, niente misure punitive contro la speculazione finanziaria, e niente protezioni per i settori produttivi. È la "mano invisibile" che porta via l'industria e i risparmi...

I politici di tutti gli schieramenti farebbero bene a guardare oltre quello che al momento sembra il loro interesse particolare, e chiedersi se non sarebbe ora di incentrare il dibattito pubblico sui contenuti veri dietro ai disegni portati avanti in questo momento: in primo luogo, per onestà, perché la popolazione ha il diritto di sapere le conseguenze vere degli scontri in atto; perché, inoltre, in questo modo, le forze che si ispirano ancora al bene comune potranno trovare il sostegno necessario per bloccare un progetto che sarebbe disastroso per il paese.

17 novembre 2010

11 settembre : Thermite, debunking e onere della prova

Da qualche tempo sta iniziando ad accadere nel dibattito sull’11 settembre la stessa cosa che è accaduta con il caso Kennedy: una volta esaurite la raccolta e la presentazione di tutti gli elementi che contraddicono la versione ufficiale, il dibattito si cristallizza su alcuni aspetti specifici della vicenda, ed apre una serie di discussioni secondarie che sono destinate a restare irrisolte per propria natura, mentre rischiano di allontanare l’attenzione dal problema centrale.

A causare questo problema sono spesso gli stessi “complottisti”, che nell’impeto di voler dimostrare a tutti i costi la propria tesi si spingono a dare spiegazioni che non gli competono, assumendosi in quel modo l’onere della prova. Fanno così un piacere immenso al debunker, che non vedeva l’ora di liberarsi da quel peso, e che può adesso scorrazzare liberamente su un territorio nel quale può finalmente giocare al contrattacco.

E’ stato il caso del “proiettile magico” nell’omicidio Kennedy, salito alla ribalta con il film “JFK” di Oliver Stone, e lo sta diventando nell’11 settembre la questione della thermite nelle Torri Gemelle.

Con il tentativo di dimostrare l’impossibilità del proiettile magico, infatti, Stone si è assunto l’onere della prova, e lo ha fatto anche – thank you very much - per conto di tutti gli altri “complottisti” del caso Kennedy. Da quel momento in poi la macchina mondiale del debunking ha avuto gioco facile, ...

... mostrando come la traiettoria del proiettile non fosse necessariamente impossibile. Altamente improbabile, certamente, ma non per questo impossibile, e come sappiamo al debunker "il pareggio" basta e avanza. Nel frattempo – guarda un pò che fortuna – il fronte ufficialista non ha più dovuto dimostrare come Oswald abbia potuto agire da solo, mentre uno sguardo più attento al Rapporto Warren rivela come in realtà l’omonima Commissione non ci abbia mai spiegato la precisa sequenza temporale con cui Oswald avrebbe esploso i tre colpi sparati dal Book Depository.

Io ritengo infatti assolutamente impossibile stabilire una qualunque sequenza temporale per i tre spari di Oswald (usando come riferimento il filmato di Zapruder), che riesca a riconciliare tutti gli elementi fattuali riscontrati in seguito in Dealey Plaza. (Chi è interessato ai particolari può leggere questa pagina).

Rimane quindi agli ufficialisti spiegare la precisa modalità con cui Oswald avrebbe agito, prima che qualunque “complottista” si assuma l'onere di dimostrare il contrario. Invece, da quando è stato sollevato il polverone del “magic bullet”, il dibattito si è spostato su quell’argomento, e da lì non si è più schiodato negli ultimi 20 anni. Un vero e proprio sogno, per i debunkers.

Ora la stessa cosa sta accadendo con la thermite nell’11 settembre. Stufi di raccogliere ed elencare indizi su indizi, molti “complottisti” stanno calcando la mano sulle dimostrazioni – lampanti, peraltro - fornite nel tempo da personaggi come Steven Jones o Niels Harritt, della presenza dei residui di thermite nelle polveri delle Torri Gemelle. Ma queste sono dimostrazioni complesse e articolate, e lungo il loro percorso è sempre possibile trovare una obiezione qualunque che renda la presenza della thermite da “dimostrata” a soltanto “probabile”. Di fatto, come abbiamo visto, i lavori di Harritt e di Jones non hanno sortito alcun effetto contro la versione ufficiale. Solo una massa enorme di polvere in più.

Perdersi quindi oggi in un dibattito secondario di quel tipo – per quanto possa sembrare allettante, vista la forza dell’evidenza presentata – equivale ad offrire al debunker occasioni infinite per ribattere su un terreno troppo vasto e labile per essere comunque conclusivo. Basta un filmato dei “Mythbusters” - come è accaduto di recente - nel quale si dice che la thermite non taglia l’acciaio, e la tua bella dimostrazione è andata a farsi benedire. Che poi i Mythbusters mentissero spudoratamente non conta nulla, a livello mediatico: il danno ormai è fatto, perchè ora dovresti dimostrare che "non è vero che non è vero", e la strada da qui in poi può soltanto allargarsi, invece di restringersi. Nel frattempo, resta ancora da spiegare la dinamica completa del presunto crollo gravitazionale dei tre edifici.

Sia chiaro, non sto invitando gli amici “complottisti” a desistere da questo tipo di discussioni, anzi, mi auguro che si battano con tutte le forze che hanno in corpo nei vari forum a cui partecipano (compreso il nostro). Vorrei però metterli in guardia su un pericolo molto serio come quella della compartimentalizzazione del dibattito – lo scopo ultimo di ogni debunker al mondo - invitandoli nel contempo a non perdere mai di vista “the big picture”.

Non siamo noi a dover spiegare come sono crollate le Torri Gemelle, ma è chi sostiene che siano cadute da sole a doverci dire come avrebbero fatto, viste le obiezioni che abbiamo sollevato in merito. Come sappiamo infatti, queste spiegazioni dettagliate nei rapporti del NIST non si trovano, esattamente come nel Rapporto Warren non si trova la spiegazione dettagliata di come Oswald avrebbe agito da solo.

Già ci hanno mentito in modo plateale, evitiamo almeno di fargli il piacere di non dover più rispondere alle nostre domande.




NOTA: Ho usato “thermite” (in inglese) in senso generico, riferendomi a tutte le variazioni di prodotto che si possono ottenere da quel composto chimico.

di Massimo Mazzucco

16 novembre 2010

Vivere felici in barba agli economisti…

Nei giorni scorsi ho scritto un articolo sul miracolo del North Dakota, l’unico Stato americano che ha rifiutato di aderire al Federal Reserve System. L’ho scritto seguendo il suggerimento di uno dei partecipanti più assidui di questo blog, Silvio, che sono lieto di ringraziare. Potete leggere l’articolo qui. . La morale é molto semplice: felicità è vivere senza la Fed. Ovvero: il North Dakota dipende da una Banca centrale indipendente, la quale, anziché rincorrere e propagare le chimere dei mercati finanziari, opera dal 1920 al servizio della comunità con risultati strepitosi: crescita sostenuta, nessun deficit, disoccupazione bassissima. Al punto che molti altri Stati come California e Florida vogliono imitarla.

Oltre a questo articolo ne segnalo un altro, uscito venerdì e che riguarda l’Italia. Ho incontrato Marco Fortis, che considero uno dei pochi economisti italiani capaci di sviluppare un pensiero autonomo e innovativo, il quale rivela che le aziende italiane sono seconde solo alla Germania in termini di competitività nel commercio mondiale e dunque davanti alla Cina, dato questo sconosciuto ai più. Inoltre Fortis sostiene che, in tema di riforme per l’Italia, sia sbagliato continuare a inseguire modelli stranieri, in quanto da un lato sono illusori (vedi capitalismo anglosassone basato sul debito privato), dall’altro non pertinenti (vedi capitalismo tedesco caratterizzato dalla presenza di diversi grandi gruppi, che invece mancano in Italia). Secondo Fortis per rilanciare l’Italia bisogna predisporre delle riforme che consentano di valorizzare i suoi punti di forza (quello che lui chiama quarto capitalismo votato all’export), con scelte ad hoc e all’occorrenza anticonformiste.

E’ una tesi di buon senso che condivido senza esitazione e di cui in parte avevamo parlato anche su questo blog.

Il messaggio é: per prosperare davvero bisogna avere la forza di non lasciarsi lavare il cervello dalla propaganda e di trovare formule adatte alla propria realtà, infischiandosene dei moniti e dei latrati della maggior parte degli economisti.

Come ha fatto il North Dakota. E come può, anzi deve, fare anche l’Italia.

O sbaglio?

di Marcello Foa

15 novembre 2010

Dobbiamo mettere in galera i banchieri, o l’economia non si riprenderà







Come hanno ripetutamente detto economisti come William Black e James Galbraith, non possiamo risolvere la crisi economica se non chiudiamo in galera i criminali che hanno commesso le frodi.
E l’economista premio Nobel George Akerlof ha dimostrato che la mancata punizione dei criminali dai colletti bianchi – ma invece il loro salvataggio – crea incentivi a commettere ancora altri reati economici in futuro, e all’ulteriore distruzione della economia.

Anche Stiglitz, premio Nobel per l’economia, dichiara a Yahoo Daily Finanza il 20 ottobre:
“Questo è un punto veramente importante da capire, dal punto di vista della nostra società.

L’ordinamento giuridico si suppone essere la codificazione delle nostre norme e credenze, cose di cui abbiamo bisogno per far sì che il nostro sistema possa funzionare. Se questo ordinamento viene considerato come una forma di sfruttamento, allora la fiducia nell’intero sistema comincia a mancare. E questo è proprio il problema che si sta verificando.


Nei prestiti auto stanno andando avanti un sacco di pratiche predatorie. Perché deve essere OK effettuare operazioni di prestito a rischio nelle automobili e non nel mercato dei mutui? C’è un qualche principio che lo giustifica? Sappiamo tutti la risposta. No, non c’è nessun principio. Si tratta di soldi. Si tratta di contributi elettorali, lobbying, porte girevoli, tutto questo genere di cose. Il sistema è destinata a favorire effettivamente questo genere di cose, anche con le multe. [riferendosi all' ex CEO di Countrywide Angelo Mozillo, che recentemente ha pagato decine di milioni di dollari in multe, una piccola frazione di quello che ha effettivamente guadagnato, perché ha guadagnato centinaia di milioni.]

Conosco molte persone che dicono che è uno scandalo il fatto che abbiamo avuto più responsabilità negli anni ’80 con la crisi S & L, rispetto a quella che stiamo dimostrando oggi. Sì, noi li multiamo, e qual è la grande lezione? Comportati male, e il governo ti prenderà il 5% o il 10% del tuo maltolto, ma tu te ne starai bene accomodato con diverse centinaia di milioni di dollari ancora disponibili dopo aver pagato le multe, che sembrano molto grandi per gli ordinari standard, ma risultano molto ridotte rispetto all’ammontare che sei stato in grado di incassare.

Così il sistema è impostato in modo che anche se sei colto sul fatto, la pena è comunque una piccolezza rispetto a quello con cui te ne potrai andare a casa.
La multa è solo un costo del business. E’ come un bel parcheggio. Talvolta si prende la decisione di parcheggiare pur sapendo che si potrebbe prendere la multa, perché a svoltare l’angolo per parcheggiare meglio si perde troppo tempo.
Penso che dobbiamo andare a fare quello che abbiamo fatto con S & L, ed effettivamente mettere molta di questa gente in carcere. Assolutamente. Questi non sono solo reati dei colletti bianchi o piccoli incidenti. Ci sono state vittime. Questo è il punto. Ci sono state vittime in tutto il mondo.

Abbiamo forse fiducia che questa gente, che ci ha messo nel caos, abbia davvero cambiato idea? In realtà possiamo avere una discreta convizione che non siano cambiati affatto. Ho assistito ad alcuni interventi in cui è stato detto “Nulla è stato veramente sbagliato. Le cose non sono andate molto bene. Ma la nostra comprensione delle questioni è ora abbastanza approfondita”. Se pensano questo, allora siamo veramente in un brutto guaio.

Ci sono molti modi per dissuadere le persone dal commettere reato. Gli economisti fanno leva sul concetto degli incentivi. Le persone a volte hanno un incentivo a comportarsi male, perché imbrogliando possono fare più soldi. Se il nostro sistema economico deve funzionare, allora dobbiamo fare in modo che ciò che si guadagna con la truffa sia controbilanciato da un sistema di sanzioni.

Ed è per questo, per esempio, che nella nostra legge antitrust spesso non si beccano le persone che commettono reato, ma quando lo si fa, ci sono risarcimenti elevatissimi. Si paga tre volte l’importo del danno che si produce. Questo è un forte deterrente. Purtroppo, quello che stiamo facendo adesso, e nei più recenti crimini finanziari, è accontentarsi di frazioni – frazioni! – dei danni diretti, e addirittura una frazione ancor più piccola del danno totale della società. Vale a dire, il settore finanziario ha realmente fatto crollare l’economia mondiale e, se si includono tutti i danni collaterali, in realtà si tratta di migliaia di miliardi di dollari. Ma c’è un’accezione più ampia di danni collaterali che io penso che non sia stata realmente considerata. E’ la fiducia nel nostro sistema giuridico, nel nostro Stato di diritto, nel nostro sistema di giustizia. Quando si menziona il “Patto di fedeltà e obbedienza” si intende con questo “giustizia per tutti”. La gente non è più sicura che ci sia giustizia per tutti. Qualcuno e’ fermato per un reato minore di droga, e viene chiuso in carcere per molto tempo. E invece, per questi cosiddetti delitti dei colletti bianchi, che non sono senza vittime, quasi nessuno di queste persone, proprio quasi nessuno di loro, va in prigione.

Lasciatemi fare un altro esempio di una parte del nostro sistema giuridico molto guasta e mal funzionante, e che ha contribuito alla crisi finanziaria.
Nel 2005, abbiamo approvato una riforma della legge fallimentare. E ‘stata una riforma voluta dalle banche. E’ stata progettata per permettere loro di fare prestiti a rischio a persone ignare di come funziona, e quindi fondamentalmente per strangolarli. Prosciugarli. Avremmo dovuto chiamarla “la nuova legge sulla servitù a contratto”. Perché questo è quello che ha fatto. Lasciatemi solo dirvi quanto è cattiva questa legge. Non credo che gli americani capiscano quanto sia cattiva. Diventa davvero molto difficile per le persone ripagare i loro debiti. In passato un principio basilare in America era che la gente ha diritto a ricominciare. Le persone possono commettere errori, soprattutto quando sono depredate. E così si dovrebbe essere in grado di ripartire di nuovo. Prendi un foglio bianco. Paga quello che puoi e ricomincia. Naturalmente, se lo fai più e più volte questa è una storia diversa. Ma almeno quando si ha a che fare con questi istituti di credito predatori, si dovrebbe essere in grado di ottenere un nuovo inizio. Ma le banche hanno detto: “No, no, non si può scaricare il debito”, o non è possibile scaricarlo molto facilmente. Si tratta di servitù a contratto.
E noi critichiamo altri paesi per avere servitù a contratto di questo tipo, lavoro coatto. Ma noi in America lo abbiamo istituito nel 2005, con quasi nessuna discussione sulle conseguenze. Ciò che ha provocato è stato di spingere le banche ad impegnarsi in pratiche di prestito anche peggiori.

Le banche vogliono far finta che non concedevano crediti inesigibili. Non vogliono ammettere la realtà. Il fatto è che loro hanno opportunamente cambiato i principi contabili, in modo che i prestiti che sono inesigibili, in cui le persone non pagano quello che devono pagare, sono trattati come se fossero mutui con buone prestazioni.
Così tutta la strategia delle banche è stata quella di nascondere le perdite, cavarsela e ottenere che il governo mantenga i tassi di interesse molto bassi. Il risultato di questo, per tutto il tempo che continueremo con questa strategia, è che ci vorrà molto tempo prima che l’economia possa riprendersi ….
di Joseph Stiglitz

09 novembre 2010

Il sogno americano si trasforma in incubo

L'America non fa che sognare anche se adesso il sogno si è trasformato in un incubo. Il primo presidente di colore non fa sognare più l'America ma è diventato la causa dei suoi incubi. Disoccupazione al 10%, crescita anemica, una riforma sanitaria che non piace nè ai ricchi nè ai poveri perché costruita su complicatissimi compromessi politici, una guerra in Afghanistan che non si vince ne si vincerà. Queste, agli occhi degli americani, le conseguenze della politica di Obama. Nessuno, neppure la stampa che da giorni dà addosso al presidente, riflette che in due anni si può fare ben poco, sia nel bene, sia nel male, e che gran parte del cataclisma economico che ancora affligge l'America Obama l'ha ereditato.

È vero, l'ha gestito male, ma si trattava e si tratta ancora di una crisi di dimensioni "bibliche".

Unico vero errore, forse, è stato spingere al massimo la riforma sanitaria in un momento in cui al Paese serviva ben altro.

L'ostilità nei confronti dell'ex messia Obama nasce dal fatto che l'America è da sempre vittima di illusioni politiche. Il divario tra Washington e Wall Street da una parte ed il resto del Paese dall'altra è enorme e viene regolarmente colmato dalla propaganda politica. Come l'americano medio sa pochissimo sulla riforma sanitaria e sulle vere responsabilità del presidente, così sa poco o nulla sulla distribuzione del reddito a casa sua. Ce lo racconta uno studio condotto da due psicologi americani, Dan Ariely della Duke University e Michael Norton dell'Harvard Business School. Gli americani pensano di vivere in un Paese dove il 20% più ricco della popolazione controlla il 59% della ricchezza, quando invece i ricchi si spartiscono l'89%; sono anche convinti che il 20% dei più poveri usufruisca del 3,7% quando la cifra esatta è un misero 0.1%.
Ma non basta, tutti ancora credono che questo sia il Paese delle grandi opportunità. In realtà è vero il contrario. Secondo uno studio dell'economista Miles Corak dell'università di Ottawa in Canada, gli Stati Uniti sono i penultimi al mondo, dopo il Regno Unito, in termini di mobilità salariale tra le generazioni. Se nasci povero rimani povero.

Quando poi si chiede agli americani quale debba essere la ripartizione giusta sognano quella dei paesi scandinavi: i più ricchi dovrebbero avere il 32% ed i più poveri il 10%. Nessuno però è disposto a pagare più tasse per ottenere questa distribuzione. Quando finalmente l'America si risveglierà sarà difficile accettare la realtà.

di Loretta Napoleoni

08 novembre 2010

La dittatura della pubblicità

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Da quando vidi il film Il maschio e la femmina (1966) la prima volta avevo l’età dei suoi protagonisti e me ne colpì l’intelligenza nella descrizione dei disagi e speranze di una generazione. Ma quel che più ne ricordo è la scritta che, a bruciapelo e senza necessità evidente, interrompeva una scena per affermare che «la pubblicità è il fascismo del nostro tempo». Si è governato e si governa, in gran parte del mondo occidentale, con gli strumenti del consenso e del consumo, riuscendo quasi sempre a evitare il manganello e la censura diretta. Col companatico al posto del pane, la televisione al posto dei giochi del circo (ultima variante i festival di letteratura e altra cultura) e con la pubblicità.

Pubblicità in senso lato – di uno stile di vita, di un modello di società propagandato come il migliore o l’unico possibile – ma che anche nel senso specifico e ristretto di un tipo di comunicazione che mira a far acquistare delle cose. Il potere della pubblicità è cresciuto enormemente, la stampa, per esempio, ne vive e ne è ricattata, le leggi che la limitavano sono state progressivamente abbattute e ci sono riviste dove le pagine di testo sono un terzo di quelle riservate alla pubblicità, senza considerare la pubblicità indiretta.

Fu Vance Packard per primo a denunciare questo attentato alla democrazia e alla libertà dell’informazione in un libro celebre, I persuasori occulti, a metà degli anni cinquanta. A noi poteva sembrare fantascienza, ma poi, come in molti altri campi, la fantascienza è diventata realtà, e come “genere” letterario è quasi scomparso (riprende oggi, mascherato, nella più accorta letteratura per ragazzi). Anche la battuta di Godard, che al suo tempo indicava una preoccupazione o una messa in guardia, è oggi una constatazione.

Un’idea moderna di pubblicità è esplosa in Italia negli anni sessanta, prima la pubblicità era secondaria, rozza, poco o niente mediata. Su un giornale degli anni trenta o quaranta la pubblicità di un lassativo si serviva dell’immagine celebre dell’incontro tra Dante e Beatrice lungo l’Arno accompagnata dal verso della Commedia «Io son Beatrice che ti faccio andare». Poi, col boom, vennero le grandi agenzie e la leva dei professorini che avevano sulla scrivania dei loro uffici milanesi e torinesi (l’ho visto coi miei occhi, ho avuto molti amici che si sono dati a quel mestiere) le opere di Jung e altri studiosi di simboli e miti, di immagini archetipiche, di studi sull’inconscio. La pubblicità si faceva furba e intellettuale, un settore in enorme espansione. Non sembrava disdicevole farne una professione.

La fase successiva è il ’68: quando si trattò di trovare lavoro molti passarono dal movimento alla pubblicità, soprattutto a Milano (più assai di quelli che finirono nel giornalismo o nella politica istituzionale, ma ovviamente meno di quelli finiti nella scuola). Ne vennero una perdita di sottigliezza, messaggi sempre meno velati, una aggressività via via più volgare e diretta.

I giornali sono brutti anche per i ricatti della pubblicità. E se sfogliamo un quotidiano di quelli importanti (che sono due, forse tre, in stretto legame con lotte e intrighi del potere, dominatori dell’informazione bacata e nemici giurati della riflessione e delle connessioni) vediamo che vi si fronteggiano pagine di cronaca raccapricciante e di pubblicità da mondo dei sogni. E colpisce il leit-motiv, il tormentone sessuale: chi compra un’automobile X o Y scopa meglio e di più, e questo vale per una scatola di piselli o una birra, un computer o un best-seller, e volti e corpi di giovani robot da film americano imbecille vi si offrono spudoratamente, come in un Eden ritrovato dove ogni albero, animale o nuvola serve solo a veicolare un unico messaggio: comprate, solo così sarete felici.

La sua logica è berlusconiana, ma chi protesta per altre forme di manipolazione trova questa normale, o meglio, la trovano normale i giornali e i giornalisti che se ne nutrono. L’elargizione della pubblicità Fiat, per esempio, è stato un modo di influire sui giornali della sinistra, anche quelli apparentemente più liberi.

La manipolazione pubblicitaria incide in profondità sulla salute mentale e sulla morale dei destinatari dei loro messaggi, e su quelli della Repubblica. È espressione del fascismo del nostro tempo. Dopo la guerra, molti figli chiesero ai padri come si erano comportati sotto fascismo o nazismo. Accadrà anche in Italia, dopo il trentennio che muore? Sarebbe sano, ma non succederà.

di Goffredo Fofi

07 novembre 2010

La teoria della rana bollita di Silvio Berlusconi



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Come ho già scritto per il cosiddetto "caso D’Addario" la vita privata del premier, come quella di qualsiasi altro cittadino, se non concreta in ipotesi di reato, non può e non deve essere materia di discussione. Anche se fa un po’ specie che il Presidente del Consiglio, che potrebbe fare di casa sua un cenacolo di artisti, di grandi attori, di affascinanti protagoniste del miglior cinema, di scrittori, preferisca circondarsi delle tante Ruby di turno. Ma sono affari suoi.
Se però il premier, o il caposcorta a suo nome, telefona in questura mentre si sta interrogando una persona accusata di furto per suggerirne la sorte, cercando di scavalcare Polizia e Magistratura, in questo caso il Tribunale dei minori, questi non sono più affari suoi. È un affare di Stato. Berlusconi si è giustificato affermando di non aver fatto alcuna pressione sulla Questura di Milano. Ma la sua telefonata, e quella del caposcorta a suo nome, è in sè una pressione e lo sarebbe anche se le cose non fossero poi andate nel senso desiderato dal Cavaliere. Questa non è una "pirlata", come hanno scritto alcuni giornali, si chiama abuso di potere o, in termini giudiziari, "abuso di ufficio" tanto più grave dato il ruolo del protagonista (e la Procura di Milano non ha affatto "assolto" Berlusconi, come dicono alcuni esponenti del Pdl, ma solo il comportamento della Questura); c’è poi il particolare grottesco della "nipote di Mubarak" che sembra uscito paro paro da una commedia di Totò o da un siparietto di Ridolini, ma non fa ridere nessuno.
A parte che non si capisce perché in un regime democratico una "nipote di Mubarak" dovrebbe godere di un trattamento di favore rispetto ai "figli di nessuno". C’è il fatto che la ragazza non è una "nipote di Mubarak". Berlusconi quindi, personalmente o attraverso il caposcorta che parlava a suoi nome, ha mentito alla Polizia. E anche l’indicazione di affidare la ragazza a questa Nicole Minetti, ex igienista dentale di Berlusconi da lui imposta nelle liste bloccate di Formigoni e diventata per questo consigliere regionale, oltre ad essere un’ulteriore pressione sulla Questura e sulla Magistratura competente, perchè la Minetti si è avviata verso via Fatebenefratelli quando nulla era ancora stato deciso dal giudice minorile, è un altro inganno nei confronti della Polizia e del Tribunale. Perchè la Minetti che aveva "l’obbligo di vigilare sulla minorenne" non l’ha trattenuta presso di sè nemmeno quella sera, ma l’ha subito sbolognata ad una ballerina brasiliana dalla dubbia reputazione che, guarda caso, proprio in quelle ore stava convergendo verso la Questura. È evidente l’intesa che l’affido della Minetti sarebbe stato puramente formale. Non si tratta quindi di "un atto di generosità" come asserisce Berlusconi, ma di spietatezza perché si è lasciata la ragazza allo sbando, ricacciandola proprio in quell’ambiente che avrebbe dovuto evitare, tant’è che dopo solo cinque giorni Ruby era già di nuovo nei guai.
Berlusconi ha usato nei confronti dell’opinione pubblica il metodo della "rana bollita". Se io butto una rana in una pentola che bolle a cento gradi, quella schizza fuori e si salva. Se io la metto in una pentola che cuoce a fuoco lento e alzo gradualmente la temperatura la rana non se ne accorge e finisce bollita. Berlusconi ha alzato gradualmente il livello delle sue "irregolarità", chiamiamole così, per cui l’ultima faceva passare nel dimenticatoio le altre e finiva per farsi accettare perché di poco più grave della precedente. E così è bollito il Paese.

di Massimo Fini -

05 novembre 2010

Al diavolo Berlusconi. Ma a favore di chi?

Mai come adesso sembra che il presidente del Consiglio sia alle corde. Eppure, meglio non farsi illusioni su quelli che potrebbero prenderne il posto


Forse ci siamo: Berlusconi ha talmente tirato la corda, nei suoi comportamenti pubblici e privati e nell’arroganza con cui li difende e addirittura li rivendica, da aver rafforzato come non mai il fronte di quelli che non vedono l’ora che si levi dai piedi. Benché lo schieramento dei suoi oppositori rimanga un guazzabuglio di posizioni eterogenee, e manchi totalmente di un leader in grado di unificarlo intorno a un programma politico nitido e compiuto, per la prima volta dal 1994 si ha la sensazione che la sua parabola abbia ormai imboccato la fase discendente. Dalla Confindustria alla Chiesa, l’insofferenza nei suoi confronti è più esplicita; e solo gli ingenui possono pensare che entità di questa rilevanza si muovano sull’onda delle notizie di giornata, anziché sulla base di attente valutazioni strategiche sul medio e sul lungo periodo.

Ma il punto è proprio questo. Ammesso che ci si trovi davvero a un punto di svolta, e che Berlusconi sia destinato a perdere definitivamente il suo ruolo di padre-padrone del centrodestra, che tipo di futuro ci aspetta? Si perverrà realmente a una palingenesi, di natura etica prima ancora che politica, come amano far credere i suoi molti avversari, a cominciare dal Pd?

Si potrebbe dire, prudenzialmente, che è legittimo dubitarne. Ma in realtà non sarebbe semplice prudenza. Sarebbe ipocrisia. La risposta che si deve dare è invece molto più netta, e totalmente negativa. La risposta è no. Quand’anche Berlusconi venisse finalmente rimosso dal quadro politico, la situazione complessiva sarebbe tutt’altro che bonificata. A differenza di quello che si sostiene di solito, dalle parti di Bersani & Co. (ma sarebbe più giusto, e più chiaro, dire “dalle parti di D’Alema & Co.”), Berlusconi non è affatto la causa del degrado generale dell’Italia, ma ne è piuttosto una conseguenza. Che abbia contribuito all’ulteriore peggioramento degli standard di pensiero e di condotta è innegabile, ma nelle linee fondamentali non c’è una vera e sostanziale discontinuità rispetto al passato.

Il caso Berlusconi, in altre parole, si iscrive perfettamente nell’allucinazione collettiva, e nella sapiente mistificazione, del passaggio dalla Prima alla Seconda repubblica. Quel passaggio non c’è mai stato. E se anche si volesse insistere a proclamarlo, citando a comprova la dissoluzione dei grandi partiti del passato a cominciare dalla Dc e dal Psi, bisognerebbe riconoscere che si è trattato assai più di un riassetto che non di una rifondazione. Le finalità rimangono le stesse, al di là dei cambiamenti suggeriti o imposti dai tempi e dalle mutate circostanze nazionali e, soprattutto, internazionali: asservire la nazione agli interessi dei diversi potentati economici e politici – che possono cambiare quanto si vuole ma che in ogni caso operano nell’ambito del medesimo sistema e che ne condividono la logica e gli obiettivi – occultando dietro una parvenza democratica una struttura sociale di tipo oligarchico.

La cosiddetta “anomalia Berlusconi”, quindi, deve essere letta non già come il virus che ha colpito un organismo sano, ma come una fase successiva di una malattia che è cominciata assai prima del suo avvento. È vero: negli ultimi quindici anni quella malattia si è manifestata in maniera ancora più evidente, e ributtante, di quanto non fosse avvenuto in precedenza, ma l’estremizzarsi dei sintomi non va confuso con una nuova e differente patologia. L’infezione ha origini lontane: e chi crede che la cura consista nel dare più potere a Confindustria e a Bankitalia, in nome di una ritrovata efficienza di taglio imprenditoriale, si sbaglia di grosso. Così come al tempo di Tangentopoli, chiudere l’era Berlusconi servirà solo a fingere di aver avviato chissà quale miglioramento. Al contrario, si sarà soltanto voltata pagina. All’interno dello stesso libro.

di Federico Zamboni

04 novembre 2010

La Guerra delle valute





La guerra valutaria mondiale in corso è la dimostrazione di tre realtà dell’economia globalizzata.

La prima è che la crisi è tutt’altro che finita.
La seconda è che gli equilibri del potere economico mondiale sono mutati e che con essi viene meno l’egemonia Usa.
La terza è che questo cambiamento, insieme alla crisi, sta acuendo la conflittualità tra le aree economiche principali, Usa, Ue, Bric.
Questo terzo elemento è accentuato dalla volontà degli Usa di scaricare la crisi, di cui sono epicentro, sugli altri paesi e dalla scelta di risolverla nella stessa maniera in cui hanno cercato di risolvere ogni crisi negli ultimi decenni: con l’immissione di dosi massicce di liquidità nel sistema finanziario da parte del governo e con il conseguente aumento del debito pubblico. Due metodi che, sebbene abbiano consentito di risolvere temporaneamente le crisi, hanno però creato una serie di bolle speculative, che, una volta scoppiate, facevano ripiombare il sistema in una crisi più profonda.
Questa volta la massiccia immissione di liquidità – 800 miliardi di investimenti pubblici nel 2009 – non ha neanche prodotto benefici reali, visto che negli Usa il tasso di disoccupazione è ancora alto (chi ha lavoro è oggi il 4,6% in meno del 2007) e il deficit commerciale con l’estero, il più grande del mondo, è aumentato ancora, arrivando a 604 miliardi di dollari. L’immissione di liquidità ha prodotto invece la consueta serie di impennate speculative, prima verso i titoli di stato e le materie prime e ora verso i junk bonds, i titoli spazzatura. In compenso, il debito pubblico Usa è esploso. Questo ufficialmente è al 90% del Pil, ma, se si considerano le nazionalizzazioni di fatto di Freddie Mac e Fannie Mae, si arriva al 140%, e, se si dà per buona la valutazione dell’Ufficio del Bilancio del Congresso Usa, con le pensioni ai reduci di guerra e le spese sanitarie si arriverebbe almeno al 400%.

Intanto, le banche hanno potuto investire negli Usa e in Europa la liquidità ricevuta dallo Stato a tassi prossimi allo zero, in titoli del debito pubblico a più alto rendimento, realizzando lauti profitti. Ma soprattutto l’aumento della liquidità ha condotto alla svalutazione del dollaro nei confronti delle altre valute. La notizia recente che la Fed si appresta ad una nuova massiccia immissione di liquidità ha provocato una ulteriore discesa del dollaro ai minimi da 8 mesi sull’euro, degli ultimi 15 anni sullo yen e degli ultimi 11 anni sul real brasiliano. A questo punto, si è scatenata la reazione delle altre potenze economiche, dal Giappone al Brasile, che con l’apprezzamento delle loro valute rischiano il collasso delle loro esportazioni e del loro apparato industriale.

Eppure, alcuni economisti e soprattutto gli Usa continuano a dare la colpa degli squilibri commerciali e finanziari mondiali alla Cina, che manterrebbe lo yuan al di sotto del suo valore reale, realizzando così un enorme surplus commerciale ai danni degli Usa. La realtà è un’altra. In primo luogo, la Cina nel passato ha già rivalutato lo yuan senza che si determinassero risultati apprezzabili per il debito commerciale Usa. Le ragioni risaltano dalle parole dell’amministratore delegato di General Electric: “Noi statunitensi siamo esportatori patetici, dobbiamo diventare nuovamente una potenza industriale.” La massiccia delocalizzazione ha portato alla deindustrializzazione degli Usa, diventati paese importatore di quasi tutto ciò che consumano. Di fatto, gli Usa finanziano i loro enormi debiti commerciale e pubblico grazie alla capacità di attirare il surplus mondiale, collocando i propri titoli di Stato presso il Giappone e i paesi emergenti, soprattutto la Cina, che li impiegano come riserve valutarie. Il nocciolo della svalutazione del dollaro sta qui. Infatti, più che essere tesa a facilitare l’export di una industria manifatturiera Usa ridotta a poca cosa, la svalutazione del dollaro tende a svalutare l’ammontare del debito pubblico statunitense detenuto dall’estero. È un modo surrettizio per fare bancarotta, non pagando una parte del debito e scaricando i costi della propria crisi sugli altri paesi. Inoltre, è un sistema e per esercitare pressioni verso chi, come la Cina, non sembra più intenzionato a concedere finanziamenti agli Usa a fondo perduto, acquistando sempre e comunque i Treasury bond.

Non si tratta di una novità, gli Usa lo hanno già fatto negli anni ’80 con il Giappone, che finanziò la vittoria Usa nella corsa al riarmo contro l’Urss. Grazie alla caduta del dollaro nel 1985, gli Usa restituirono al Giappone in dollari svalutati il prestito fatto in dollari sopravvalutati.
di Domenico Moro

03 novembre 2010

La potenza dei poveri




Majid Rahnema, autore del libro "La potenza dei poveri" (Jaca Book 2010)

Majid Rahnema, autore del libro "La potenza dei poveri" (Jaca Book 2010)

Incontrare personaggi come Majid Rahnema è un’esperienza che capita poche volte nella vita. Esistono incontri illuminanti e luoghi che li rendono disponibili, come il Salone dell’Editoria Sociale.

Raccontare la biografia del co-autore – insieme a Jean Robert – de La potenza dei poveri (Jaca Book, 2010), sarebbe di per sè istruttivo: così densa di episodi significativi che l’assoluta originalità e l’alto valore intellettuale del pensiero dello scrittore iraniano, sembrano una naturale conseguenza di una vita passata tra ministeri, ruoli di primo piano nell’Onu e nell’Unesco.

Nella lezione organizzata dalla Scuola del Sociale della Provincia di Roma Rahnema conversa con il pubblico partendo sempre da episodi della sua biografia. Così ricorda, come quando gli fu affidato dall’Onu il compito di redigere un dossier sulla povertà, dopo 6 mesi di studio fervente su ciò che gli altri avevano detto in merito all’argomento, si accorse di non sapere ancora nulla. Come uno scettico antico sospese il giudizio, continuò a riflettere e a distanza di 25 anni capì che finalmente aveva qualcosa di diverso da dire sull’argomento. Anzitutto si tratta di rilevare come il concetto economico di sviluppo non rappresenti altro che l’ennesimo inganno che l’economia capitalista cerca di propugnare al resto del mondo. Tramite le parole l’Occidente cerca di colonizzare culture diversa dalla nostra, presupponendo che la loro qualità di vita debba essere misurata con gli standard – e il linguaggio – della Vecchia Europa. Partendo da questa riflessione Rahnema, riesce oggi, a distanza di un quarto di secolo dall’affidamento del dossier, a distinguere 3 tipi di povertà:

1 . La povertà conviviale. Si tratta del modo di vivere dignitoso con ciò che si ha. Fino all’anno mille, secondo le ricerche dell’intellettuale iraniano, non esisteva il sostantivo povertà. Esistevano semplicemente dei singoli poveri, che non erano neanche così definiti per mere questioni monetarie. Nella lingua persiana antica povero è colui che è solo e una simile condizione, si poteva riparare con l’ambiente circostante. In miseria – concetto diverso da quello di povertà – ci cadeva solo chi restava irrimediabilmente isolato.

2. La povertà volontaria. In questo caso si parla di chi rinuncia per scelta alla propria ricchezza. L’esempio lampante è quello di San Francesco d’Assisi, che Rahnema dice che potremo considerare il Rockfeller dell’epoca. Invece decide di abbandonare i suoi possidimenti. Significa che la povertà non è poi così male, o no?

3. La povertà modernizzata (definizione presa in prestito da Ivan Illich). Qui invece abbiamo a che fare con persoe che avrebbero di che vivere, ma i cui bisogni aumentano smisuratamente, perchè indotti dalla società. Questa è la nostra povertà, quella delle società occidentali.

La domanda che sorge spontanea è questa: se i 2/3 della popolazione si dicono poveri perchè guadagnano meno di un dollaro al giorno, perchè in Francia è povero chi ne guadagna meno di trenta? Qui qualcosa non quadra. Il fatto sconvolgente, è che i veri poveri in termini edonistici, vivono meglio di quelli delle società occidentali, che sono poveri per modo di dire, perchè hanno dei bisogni indotti, che chi riesce a vivere con pochi centesimi al giorno non conosce nemmeno. Come, a dire non sanno cosa si perdono e proprio per questo vivono meglio di noi.

Si tratta di una questione che secondo Rahnema andrebbe tratta dal punto di vista scientifico: la scienza – episteme – anzitutto non è una cosa innocente. Può essere definita in due modi: da una parte risponde al desiderio di vivere e qui si caratterizza come insieme di conoscenze. Per il potere però diventa ciò che è utile al dominio, rispondendo quindi a un desiderio di conquista. Purtroppo, secondo l’autore iraniano, quello che viene insegnata nelle grandi università è il secondo tipo di scienza. Così noi europei, vittime della seconda tipologia di episteme, non sappiamo mantenere la dignità che gli altri mantengono guadagnando molto di meno.

In conclusione si può dire che i veri miserabili siamo noi, perchè abbiamo costretto la maggior parte della popolazione a vivere con dei bisogni indotti, abbiamo escluso i 2/3 della popolazione dai nostri piani, ma tutto ciò va a nostro discapito. Loro, la maggioranza, ci potrebbero aiutare. Ci potrebbero insegnare a vivere dignitosamente con poco. In realtà noi siamo drogati dall’economia e dal concetto di sviluppo e tutte le teorie sulla decrescita, che presuppongono un radicale cambiamento dei nostri costumi, probabilmente arrivano troppo tardi. Saremo davvero capaci di cambiare così profondamente i nostri stili di vita? Oppure riusciremo a corrompere, con la nostra miseria, il patrimonio di dignità che quei ricconi degli africani hanno da insegnarci?

di Andrea Scutellà

02 novembre 2010

Crescita impossibile e fine del progresso

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Ripresa, rilancio della produzione, aumento del Pil, crescita... Questi sono gli strumenti insistentemente indicati da economisti, governanti, industriali, politici, per il superamento della crisi. Che ne pensa?

Il mio parere è molto preciso. Ritengo che ci sia veramente un errore di fondo nello scopo finale di tutte le politiche, che è quello del progresso economico. Come ha appena detto lei, gli economisti non pensano ad altro: aumentare produzione e produttività, a tutti i costi.

Così quella che era la molla fondamentale del capitalismo, il progresso economico, è diventata molla fondamentale di tutti i sistemi; e al capitalismo di mercato si è aggiunto il capitalismo di stato. Vedi la Cina: dove accadono esattamente le stesse cose di sempre, a detrimento dei più deboli. Mentre dovunque quelli che Bobbio chiamava «diritti di seconda e terza generazione », con questa accelerazione del progresso economico a tutti i costi, vengono selvaggiamente conculcati. Come dice Robert Reich nel suo Supercapitalismo, «è stata sostituita la tutela dei diritti dei cittadini con la tutela dei consumatori».

Ormai lo scopo è quello di creare sempre più benefici per i consumatori a scapito dei tradizionali diritti al posto di lavoro, alla sicurezza sul lavoro, alla pensione. Noti che lo sviluppo economico come fondamento dell’attività umana è presente anche nell’ultima enciclica di Ratzinger; in cui si sostiene che la globalizzazione serve a un progresso economico che poi si diffonde tra tutti i popoli. Che non è vero.

E non è vero che - come si dice - sono scomparse le ideologie. Di fatto se n’è creata una nuova, che ha ucciso tutte le altre.

E questo inseguimento forsennato della crescita continua mentre la crisi ecologica (conseguenza proprio di un produttivismo insostenibile, per quantità e qualità) sta toccato livelli di rischio difficilmente reversibili, come afferma l’intera comunità scientifica. Possibile che personaggi di tutto rispetto - potentissimi manager, grandi industriali, economisti di fama mondiale, ignorino tutto ciò?

Il fatto è che appunto il problema prioritario rimane sempre quello della crescita e dello sviluppo economico, a cui tutto il resto viene sacrificato. E, attenzione, vengono sacrificate non solo le questioni di cui parlava lei, ma anche problemi come la fame nel mondo. Che dal 2007 si fa sempre più grave: ora si parla di un miliardo di persone sottoalimentate; e nessuno se ne occupa.

Veramente l’ideologia dello sviluppo economico cancella qualunque problema che riguardi qualità della vita e diritti umani, mentre crea guerre senza senso... Si crea una società di cui l’unico scopo è il dovere di crescere economicamente: d’altronde in base a parametri del tutto sballati, come il Pil,

che non considerano affatto la qualità della vita.

Ma, anche dando per scontato che questi signori siano del tutto disinteressati al sociale, di che cosa credono siano fatti automobili, computer, cellulari, grattacieli, armi…

Non gli passa par la testa che sono «fatti» di natura e che se la natura va in malora la stessa cosa capita alla loro produzione?

No, non gli viene in mente. E le spiego perché. Perché è un problema che riguarda il futuro, mentre il presente è quello della crescita, del profitto immediato...

E però anche questo viene messo a rischio dagli eventi più recenti. Quella del Golfo del Messico è una catastrofe economica quanto ambientale.

Non c’è dubbio. Anche su questo sono d’accordo. Quando arriva la catastrofe poi se ne accorgono. E allora che fanno? Insistono sugli stessi schemi che hanno provocato la catastrofe: non hanno altro in testa. La letteratura apocalittica descrive tutto questo. Alcuni libri del genere mi hanno spaventato. Come Portando Clausewitx all’estremo di René Girard, il quale dice: «il riscaldamento climatico del pianeta e l’aumento della violenza sono due fenomeni assolutamente legati». E questa confusione di naturale e artificiale è forse il messaggio più forte contenuto in questi testi apocalittici. Martin Rees, grande astronomo di Cambridge, con Our final Century (Il nostro secolo finale), dubita che la razza umana riesca a sopravvivere al secolo in corso, proprio perché sta distruggendo il pianeta. E cose simili le dice anche Posner nel suo libro Catastrofe: con una popolazione mondiale che, secondo i calcoli, nel 2050 ammonterà a più di 9 miliardi di individui, ci saranno tremendi rischi di carestia: la terra non può dare più di quello che ha.

E queste cose si sanno. Ci sono anche economisti che criticano in qualche misura il capitalismo, ad esempio le grandi disuguaglianze sociali, la distanza tra lo stipendio di un manager e il salario di un operaio... Però nessuno pensa di rimettere in discussione il sistema, sperano di poterlo emendare...

Perché l’ideologia non lo permette. È una fede. Questi sono dei talebani, non può farli cambiare...

Ma il guaio è che questa sorta di riconoscimento del capitalismo come un dato di fatto immodificabile, sembrano ormai condividerlo anche a sinistra…

Certo, perché hanno scelto il riformismo, ormai quella è l’ideologia che ha vinto. Ed è un’ideologia che sta prendendo piede anche nelle religioni: non a caso ho citato l’ultima enciclica di Ratzinger.

Perché poi pensano che la crescita possa dare benessere a tutti quanti. Ma ormai è dimostrato che questo non accade. Se l’1% della popolazione del mondo detiene il 50% del prodotto...

Certo. Ma lei dimentica un’altra cosa. Che il 51%, e oramai anche più, della ricchezza mondiale è nelle mani delle grandi corporations, e a condurre l’economia non sono più gli stati: gli stati non contano più niente. Quindi chi comanda? Le grandi imprese. Hanno in mano la maggiore ricchezza del pianeta: devono sopravvivere e comandare. E allora... Guardi cosa succede

alla delocalizzazione delle industrie che, pur di sopravvivere fanno di tutto, sconquassano le economie e i diritti e non gliene importa niente... L’arretramento della politica è dovuto proprio a questo fatto: che l’economia ha conquistato un predominio assoluto.

A questo punto le sinistre, che seppure faticosamente continuano a esistere, non dovrebbero considerare questa realtà, rifletterci su? Magari ricordando errori del passato; come il fatto che, per paura della disoccupazione tecnologica, il progresso l’hanno regalato al capitalismo: mentre la minaccia della crescita senza lavoro avrebbe potuto essere usata per ripensare l’intero rapporto tra produzione e vita... Ma hanno lasciato tutto in mano al capitale.

Dopotutto il progresso l’ha inventato lui… e se l’è tenuto ben stretto…

Be’ per la verità l’ha inventato la scienza....

La quale è comandata dalla stessa ideologia…

Anche perché hanno bisogno di finanziamenti... Però all’origine delle grandi trasformazioni tecnologiche c’è il pensiero di uno scienziato...

Non si può dimenticare comunque che non mancano intellettuali che discutono di queste cose... Amartya Sen ad esempio dice che non si può ridurre la democrazia al voto… che occorre una democrazia di larga discussione. E arriva a sostenere che con la discussione si eviterebbero le catastrofi naturali.

Le catastrofi naturali - come Lei ha detto con tutta chiarezza - non si evitano finché il prodotto continua a crescere. Perciò mi stupisco che neanche i pochi consapevoli della gravità della situazione ecologica, non trovino il coraggio di dire: basta crescere. Cioè basta capitalismo.

Basta capitalismo. Ma con che cosa lo si sostituisce?

Nessuno ha un’idea in testa. Questa è la verità.

Eppure forse oggi non sarebbe impossibile farsela venire. La globalizzazione è un fatto che nessuno più nega. E certo esiste una globalizzazione economica ... e una globalizzazione culturale operata dai mezzi di comunicazione di massa... Ma non esiste una globalizzazione politica.

E non esiste una globalizzazione giuridica tra l’altro. Questa è a grande differenza con la globalizzazione di tipo medioevale, regolata dalla famosa Lex mercatoria, una legge elaborata dai mercanti, non da un singolo stato: e per suomezzo il commercio funzionava. Adesso le grandi imprese lavorano tra di loro. Non c’è più una norma giuridica che ne disciplini i comportamenti: nei confronti della fame nel mondo, dello sfruttamento delle classi più povere, del lavorominorile, della sicurezza sul lavoro che secondo Tremonti è un lusso. E ovviamente nemmeno nei confronti del pianeta.

E questo non si deve anche al fatto che una volta le sinistre facevano opposizione, e ora non la fanno più? O quanto meno la fanno solo riguardo ad alcune situazioni; le quali d’altronde non possono essere risolte a prescindere dal contesto generale. Come si diceva, la globalizzazione è una realtà governata dal grande capitale. Ma nessuno tenta di regolarla, e nemmeno di capirla. Sinistre comprese.

Ma la ragione c’è. Le sinistre hanno continuato a ragionare fino a quando esisteva il comunismo, che costituiva un’ideologia contrapposta a quella del capitalismo, e in qualche modo proponeva delle soluzioni alternative. Dopo la caduta del muro di Berlino cambia tutto. Questa è la verità. La politica sparisce, l’economia ha il sopravvento e s’impone come politica. Le sinistre accantonano il marxismo.

Dunque una sinistra organizzata di qualche peso non esiste. Però (pongo anche a Lei una domanda rivolta ai precedenti intervistati) esiste una massa di movimenti, di piccole e grosse aggregazioni di base, che in complesso, sebbene separatamente, vanno denunciando le peggio iniquità e assurdità del nostro mondo, tutte in pratica riconducibili alla logica del capitale. Pacifismo, femminismo, ambientalismo, colti magari in un solo aspetto dei singoli problemi (acqua, nucleare, Afghanistan, donne violentate, precariato giovanile, ecc. ecc.): non crede rappresentino in complesso quella che potrebbe essere la base per un grande rilancio di un’opposizione valida? Ma le sinistre non ci provano nemmeno…

Non ci provano perché manca l’ideologia unificatrice. Il marxismo è nato quando il capitalismo da mercantile è diventato industriale, e Carlo Marx ha elaborato un’ideologia completamente nuova. In questi anni, analogamente, si è verificata una nuova rivoluzione, la rivoluzione finanziaria. Contro la quale occorrerebbe una nuova ideologia. Il brasiliano Unger, filosofo del diritto di Harvard, in un libro molto bello, Democrazia ad alta energia, dice che, invece di garantire quella finta libertà contrattuale che sta alla base della rivoluzione finanziaria, occorrerebbe un’autorità mondiale capace di imporre nuove regole, e creare così le basi di una struttura diversa, a dimensione globale.

Ecco, non le pare che le sinistre dovrebbero pensare qualcosa del genere, magari sollecitando un incontro tra i non pochi intellettuali di valore che hanno trattato la materia …Io da tempo penso a una Bretton Woods del XXI secolo...

Ma non basta più. Vuole la mia opinione? Rischiando l’accusa di leninismo? Bisogna fare la rivoluzione. La rivoluzione russa è quella che ha cambiato l’ideologia del capitalismo industriale. Qui se non c’è una rivoluzione vera cosa si fa?

Se lei parla di rivoluzione, tutti pensano subito ai cannoni… secondo il modello storico…

Che non è più possibile, ovviamente...

Appunto. Per questo parlavo di BrettonWoods, nel senso che occorrerebbe una iniziativa a livello mondiale, con l’autorità di imporre questi problemi, che sono noti ma non vengono affrontati.

Sì, la cosa dovrebbe partire dalle Nazioni Unite, l’ho scritto più volte…

Perché l’Onu dopotutto alcuni tentativi seri li ha fatti. A proposito di ambiente, sulla fine del secolo scorso ha promosso un paio di grossi convegni, molto più efficaci dei tanti che sono seguiti... E più volte, nei suoi Rapporti sullo sviluppo umano, ha preso posizione contro il consumismo, contro il Pil come misura di benessere, contro la guerra come soluzione dei problemi… E Ban Ki Moon si è spinto fino ad auspicare un contenimento del Pil…

Be’ sì. In fondo, dopo la dichiarazione dei diritti dell’Assemblea generale dell’Onu del ’48, qualcosa è accaduto: come dopo la dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789. Solo qualcosa di simile potrebbe cambiare la situazione: una rivoluzione di tipo mondiale, organizzata dalle Nazioni Unite, in cui si ridefiniscano i veri diritti, i principi per una vita diversa da quella voluta dal potere economico, e quindi una vita orientata dalla politica e non dall’economia. Poi mi accuseranno di essere un utopista… Però io credo che l’utopia sia decisamente meglio dell’apocalisse: che è l’alternativa che ci aspetta.

di Guido Rossi - Carla Ravaioli

01 novembre 2010

Quando Pasolini scrisse a un giovane fascista per salvare il suo mondo



Per essere reazionario, Pier Paolo Pasolini era reazionario. Basti pensare al suo testamento bio-poetico, quel "Saluto e augurio" che rivolge a un giovane fascista, definendolo "morto" e, però, affidandogli, fra le altre missioni che gli affida, quella di amare i poveri, sì, ma purché restino poveri: «Ama la loro voglia di vivere soli / nel loro mondo, tra prati e palazzi / dove non arrivi la parola / del nostro mondo; ama il confine che hanno segnato tra noi e loro; / ama il loro dialetto inventato ogni mattina, / per non farsi capire; per non condividere con nessuno la loro allegria».
Chiedere proprio a un giovane fascista di fare in modo che questa "allegria" incosciente e "diversa" fosse "difesa e conservata" era anche una forma di ipocrisia un po' vigliacca, esplicitamente dichiarata in finale di testo: «Prenditi tu, / sulle spalle, questo fardello. / Io non posso: nessuno ne capirebbe / lo scandalo». Insomma, un modo neanche tanto allegorico per dire: c'è un lavoro sporco da fare, impedire che i poveri, per andare incontro a una evoluzione dal loro stato di bisogno, siano inghiottiti dall'omologazione ("globalizzazione" la chiameremmo oggi) ma io non me lo posso permettere, fallo te che tanto sei un "morto".
Viene da pensare: e perché mai avrebbe dovuto essere proprio un giovane fascista a compiere questa opera salvifica del suo (di Pasolini) idilliaco mondo pre-moderno, sospeso fra le ridenti contrade di Casarsa nel Friuli e le borgate del sottoproletariato romano? Il vizio di prospettiva critica del poeta è evidente: per lui il fascismo, secondo i paradigmi della chiesa marxista alla quale nonostante tutto sosteneva appartenere, era l'avamposto della reazione al progresso che, sempre lui, detestava. Fosse stato veramente libero dai pregiudizi che diceva di aborrire, avrebbe potuto accorgersi facilmente che il momento storico in cui questo Paese è uscito dalla pre-modernità per entrare nella modernità, pur con tutte le sue contraddizioni, pur con tutti i suoi evitabili errori, fu proprio il Ventennio mussoliniano.
E non posso nemmeno pensare, da uomo di profonda cultura qual era, ignorasse che una delle molle propulsive del fascismo fosse stato quel Futurismo che tutto può essere considerato, tranne essere un movimento di retroguardia nemico del progresso e con il torcicollo storico. E quindi? Quindi, aveva semplicemente sbagliato destinatario della sua missiva. Quel fascista che aveva in mente lui era semplicemente sconosciuto all'indirizzo. Per quella conservazione e difesa della purezza proletaria che gli stava a cuore, contro qualsiasi insidia della modernità, avrebbe dovuto rivolgersi con più attendibile precisione a qualche suo correligionario marxista. Chessò?, a un khmer rosso, per esempio.
Ciononostante i reazionari, qual lui indubbiamente era, difettano nelle soluzioni che propongono ma sono spesso (non tutti…) dotati di una certa facoltà di preveggenza. Pasolini fu tra i primi ad accorgersi - eravamo intorno alla metà degli anni 70 - che il corso degli eventi stava prendendo la china che, di rimbalzo in rimbalzo, avrebbe prodotto la radicale trasformazione dei vincoli connettivi della società civile italiana, e non solo italiana. Anche perché avveduto della scuola francofortese dei vari Benjamin, Adorno, Horkheimer, Marcuse, Fromm, Löwenthal, declinò tempestivamente, o comunque ne fu tra i primi interpreti italiani, una critica serrata all'incipiente "società del consumo" nei suoi molteplici ingranaggi azzeranti. A cominciare da quel micidiale processo di schiacciamento del desiderio individuale sugli standard dei cicli produttivi del profitto capitalista über alles, fino a determinare una "mutazione antropologica" dell'individuo stesso. E non mancò nemmeno di indicare quale fosse lo strumento principale di cui i nuovi poteri si sarebbero serviti per realizzare lo scopo: la televisione.
Converrà rileggere le sue parole: «Per mezzo della televisione, il centro ha assimilato a sé l'intero paese che era così storicamente differenziato e ricco di culture originali. Ha cominciato un'opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza. Ha imposto cioè - come dicevo - i suoi modelli: che sono i modelli voluti dalla nuova industrializzazione, la quale non si accontenta più di un "uomo che consuma", ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo, [del] nuovo fenomeno culturale "omologatore" che è l'edonismo di massa».
Porca miseria: queste parole furono pronunciate - credo - intorno al 1975, anno stesso della sua morte. Eravamo nel bel mezzo di una guerra civile. Le televisioni in Italia erano solo tre e tutte e tre erano controllate dall'apparato dei partiti. Le emittenti private avrebbero cominciato a trasmettere, e solo in ambito locale, nel 1976. Il Grande Fratello non ci aveva ancora convinti della sua verità, ovvero: che solo apparendo in Tv la realtà diventava realtà, e non era nemmeno stato ipotizzato come format di quel successo che avrebbe poi avuto nei palinsesti planetari. E questo reazionario poeta, narratore regista di cinema aveva già fotografato, con una messa a fuoco straordinaria, la macchina che ci avrebbe persuasi tutti di vivere nel "migliore dei mondi possibili". Manco il fascismo - sosteneva - era riuscito a tanto.
Per una corretta cronologia, basterà far caso che, in quel fatidico 1975, Silvio Berlusconi si occupava ancora solo di attività edilizia. Sconosciuto al grande pubblico, e allo stesso Pasolini ma non, probabilmente, al suo superconscio, il futuro avvento del "Grande Comunicatore" - e chi altri se non lui? - già dettava al poeta la profezia finale: «È attraverso lo spirito della televisione che si manifesta in concreto lo spirito del nuovo potere. Non c'è dubbio (lo si vede dai risultati) che la televisione sia autoritaria e repressiva come mai nessun mezzo di informazione al mondo». Che strano uomo questo Pasolini. Reazionario fino al punto di esaltare l'azione repressiva dei poliziotti a Valle Giulia, all'alba del 68, e lungimirante fino al limite di immaginare dove la società del "Drive in" ci avrebbe approdati: in quella dittatura del "Truman Show" che abbiamo sperimentato ben bene in questi ultimi 16 anni. E dalla quale, finalmente, stiamo cercando di uscire. Forse, un po', anche grazie a lui…
di Miro Renzaglia

30 ottobre 2010

L'economia del disastro globale







Decrescita o diverso modello di sviluppo? Le contraddizioni del capitalismo, i ritardi della sinistra sulla questione ambientale, l'assuefazione a considerarci tutti consumatori. E le lungimiranti analisi dell'economista Georgescu-Rogen che già negli anni '70 rifletteva su guerra, demografia, stili di vita

La crescita del prodotto è lo strumento perseguito per il superamento della crisi. Una politica criticata dall' ambientalismo più qualificato. Tu che ne pensi?

Credo che come valore principale si dovrebbe pensare non tanto alla crescita, quanto a un diverso modello di sviluppo economico, rispettoso della natura. Tuttavia diffido della parola "decrescita", mi pare sia un errore dei sostenitori di questa tesi, peraltro preparati, agguerriti, intelligenti ... Non si tratta di decrescita, ma di adottare stili di vita diversi. Se ciò fosse tecnicamente concepibile, bisognerebbe però vedere se l'umanità è disposta ad aderire a un modello di questo genere: e questo è un problema politico.

Già, la gente ha assunto la crescita ormai come norma di vita.

Certo. Bisogna però ricordare che, per tutta la prima fase del capitalismo, la crescita è stata provvidenziale; e lo è ancora nei paesi poveri. Il superamento delle condizioni di miseria del primo capitalismo, durato in pratica tutto l'800, è stato un fatto straordinario. Quanto poi alla capacità di crescita attuale va detto che non tutto il mondo ne è capace. Alcuni paesi - Cina, India, Brasile - lo sono, e ovviamente aggravano le condizioni ambientali. Ma nel resto del mondo, il capitalismo non è nemmeno più capace di crescita.
Infatti. C'è questo doppio problema. La crescita - a parte la sua ricaduta negativa sull'ecosistema - sembra non funzionare più...
Una delle ragioni per le quali non funziona più è che negli ultimi trent'anni le modalità della crescita capitalistica hanno generato disoccupazione e disuguaglianze: i ricchi sono diventati più ricchi, i poveri più poveri ... E questo ha provocato la crisi attuale: se i redditi da lavoro sono bassi, è bassa la domanda effettiva, l'economia non cresce e i capitali si spostano sulla finanza, con i risultati che abbiamo visto.

Il capitalismo non tiene più ?

Credo proprio che lo si possa dire: lo si vede. E al fondo credo ci sia una questione su cui era stato molto chiaro Marx, quando scrive, nelle ultime pagine del III libro del Capitale, che il «processo lavorativo è soltanto un processo tra l'uomo e la natura». Se ci si riflette, qualsiasi processo produttivo, per quanto complesso, mediato da macchine, ecc., alla fine è un rapporto tra uomo e natura.

Da tempo mi domando come sia possibile che grandi economisti, imprenditori, politici (a Davos, Cernobbio, Capri...) discutano del futuro del mondo senza nemmeno nominare l'ambiente.

Come se le merci che producono non fossero fatte di natura...

Un fatto che qualsiasi persona di buon senso dovrebbe considerare ... Nelle forme primitive di economia il rapporto tra uomo e natura attraverso il lavoro era immediato ed evidente; ma anche il lavoro moderno, tecnicamente più complesso, alla fine risulta essere un rapporto, seppure mediato, tra uomo e natura. Allora si può dire che tendenzialmente si genera un conflitto tra lo sviluppo materiale della produzione e la sua forma sociale; e che così come ci sono dei limiti al saggio di sfruttamento del lavoro, oltre il quale si danno crisi economiche, così esiste un limite al saggio di sfruttamento della natura, oltre il quale si danno crisi della stessa natura.

D'altronde questa sproporzione tra disponibilità di natura e uso della medesima è un fatto recente, che appartiene al capitalismo, ma è enormemente aumentata nel dopoguerra, con la società dei consumi.

Certamente. E su questo credo si debba riflettere partendo dal pensiero di Georgescu-Roegen, un grande economista poco noto; il quale ci ricorda che anche il processo produttivo è regolato dalle leggi della termodinamica, e che per la legge dell'entropia la materia è soggetta a una dissipazione irreversibile. Ciò significa che nel lungo periodo, ma non tanto lungo, la decrescita non sarà una scelta, ma un fatto di natura: la legge della termodinamica funziona per tutti. Da ciò Georgescu non trae però conclusioni catastrofiche. Sì domanda invece: si potrebbe fare qualcosa? La sua risposta è sì: e si articola in un programma bioeconomico minimale, formulato in otto punti. Il primo afferma che dovrebbe essere proibita non solo la guerra, ma anche la produzione di ogni strumento bellico. E non solo per ragioni morali, ma perché le forze produttive così liberate potrebbero essere impiegate al fine di consentire ai paesi sottosviluppati di raggiungere rapidamente gli standard di una vita buona. Perché un progetto di diverso sviluppo deve essere condiviso a livello universale, altrimenti non può funzionare. Inoltre - afferma Georgescu - la popolazione mondiale dovrebbe ridursi fino a renderne possibile la nutrizione mediante la sola agricoltura organica. Ma oggi la questione demografica non viene nemmeno posta ...

Anzi, si lamenta la denatalità, e quindi la caduta di consumi come carrozzelle, pannolini , ecc.

Ormai dell'umanità, di tutti noi, si parla non più come di lavoratori, ma solo come di consumatori. E anche a questo proposito bisogna tenere presente che anche quando (se mai giorno verrà) le energie rinnovabili saranno davvero convenienti e sicure, i risparmi che ne avremo saranno molto minori di quanto ci si promette. Ogni spreco di energia deve dunque essere evitato: mentre normalmente noi viviamo troppo al caldo d'inverno, troppo al freddo d'estate, spingiamo l'automobile a troppa velocità, usiamo troppe lampadine ... Il programma di Georgescu dice poi molto altro: dovremmo rinunciare ai troppi prodotti inutili; liberarci dalla moda di sostituire abiti, mobili, elettrodomestici, e quanto è ancora utile; i beni durevoli devono essere ancor più durevoli e perciò riparabili. L'ultimo punto è che dobbiamo liberarci dalla frenesia del fare, e capire che requisito importante per una buona vita è l'ozio. Ozio - aggiungo io - inteso come tempo libero liberato dall'ansia e impiegato in maniera intelligente. E su questo credo non si possa non convenire, per rinviare il momento del disordine e nel frattempo vivere una vita migliore. Però, domanda politica: siamo pronti, noi per primi, ma soprattutto i potenti della terra, a fare nostro il programma di Georgescu?

Questa era la domanda che ti volevo porre. Anche perché Georgescu-Roegen scriveva negli anni '70, quando ancora il consumo non si era ancora imposto come fattore primo di definizione della vita ..

Infatti. E la cosa interessante è che il programma di Georgescu richiama un famoso scritto di Keynes (del 1930): Le prospettive economiche per i nostri nipoti. Molti di questi punti lì c'erano già: guerra, problema demografico, stili di vita, tempo libero ... Due autori di grande statura che avevano precocemente colto il punto, insistendo sulla desiderabilità di altri stili di vita... Anche se Georgescu ragiona in maniera più direttamente funzionale alla difesa della natura. Rimane comunque la domanda: siamo pronti?

Nessuno è pronto, temo. Ma, passando a un altro argomento: le sinistre sono sempre state assenti riguardo al tema ambiente, e talora su posizioni nettamente ostili. In ciò contraddicendo la loro stessa funzione, perché per lo più sono i poveri a pagare inquinamento, alluvioni, desertificazioni, tossicità diffusa ... Eppoi perché, insomma, le sinistre sono nate contro il capitalismo: non toccherebbe a loro per prime occuparsi di un problema che proprio dal capitalismo deriva?

Questa tradizione non ambientalista delle sinistre è dipesa anche da uno scarso approfondimento di questi temi. Mentre curiosamente l' hanno fatto un paio di capitalisti illuminati. Io di solito diffido della definizione di "capitalisti illuminati", tuttavia due debbo ricordarli. Uno, il senatore Giovanni Agnelli, che nei primi anni trenta sosteneva la necessità di una riduzione dell'orario di lavoro, in dura polemica con un preoccupatissimo Luigi Einaudi. L'altro, Henry Ford con la sua politica di alti salari (che molto interessò Antonio Gramsci): i lavoratori devono essere ben pagati, affinché possano comperare le merci che essi stessi producono.

Un'iniziativa che in sintesi già prefigurava la società dei consumi...

Certamente. Ma la cosa interessante è che Kojève, il grande intellettuale studioso di Hegel, russo d'origine poi approdato in Francia, diceva che Ford era il Marx del XX secolo: per aver colto la contraddizione e il rischio di lavoratori che non potevano comperare ciò che essi stessi producevano. Un tema caro anche a Claudio Napoleoni, quando diceva che il lavoratore si trova davanti, come nemico, ciò che egli stesso ha prodotto. Ford non era mica un sant'uomo, era durissimo coi sindacati, ma da un punto di vista strettamente economico aveva colto il problema. D'altronde nemmeno Keynes voleva abbattere il capitalismo: voleva farlo funzionare meglio, anzi salvarlo, come dichiarava esplicitamente. Mentre molti parlavano di lui come di un bolscevico, a cominciare proprio da Einaudi. Ma per tornare alla tua domanda circa le sinistre di oggi, la mia risposta è in interrogativo: dove sono oggi le sinistre?

Queste tante piazze piene di gente, di giovani soprattutto, queste manifestazioni sempre più frequenti, molto spesso centrate proprio su problemi ecologici: acqua, nucleare, rifiuti, distruzione di parchi, cementificazione di litorali .... Non significa nulla tutto questo? Se ci pensi, questi tanti conflitti "minori", diciamo, sono tutti riconducibili alla radice capitalista. Un'analisi in qualche misura approfondita scopre che la radice è sempre l'impianto capitalistico. Queste sinistre, possibile che non se ne accorgano? Che non vedano che questa potrebbe essere una base da cui partire?

Tutto questo è però molto frammentato, manca la sintesi, quindi manca quella che potrebbe essere la base concettuale e ideale di un progetto di sinistra ... Certo, questo dovrebbe essere il compito della sinistra: portare a sintesi tutte le istanze nobili e progressiste ... Ma questa è una sensibilità che mi pare manchi alle sinistre ... L'unico che aveva provato a ragionare di queste cose, era stato Berlinguer con il suo discorso sull'austerità. Era un discorso molto alto, che toccava proprio i temi di cui abbiamo parlato; tanto alto che non era stato capito, e letto addirittura come un invito ai compagni a tirare la cinghia.


GIORGIO LUNGHINI
Carla Ravaioli

29 ottobre 2010

Così ci ingannano sui farmaci




Uno studio rivela come le aziende farmaceutiche riscrivano gli articoli scientifici per gonfiare le virtù di una medicina o nasconderne i danni collaterali. Ed è sulla base di questi "falsi" che spesso vengono fatte le ricette

Gli articoli scientifici che riportano studi clinici controllati riguardanti nuovi farmaci rappresentano la base per redigere articoli più divulgativi che influenzano le prescrizioni da parte dei medici che raramente leggono gli articoli originali. Le industrie colgono questa opportunità per rendere gli articoli il più possibile favorevoli al nuovo farmaco, facendoli revisionare - o addirittura scrivere completamente - da esperti che rimangono anonimi, sono i cosiddetti "scrittori fantasma". Molto spesso non si tratta di modificare i risultati, ma di presentarli in modo attraente, enfatizzando piccoli risultati e minimizzando l'eventuale presenza di effetti tossici.

Particolare attenzione viene riservata al riassunto del lavoro, perché in generale questo non è oggetto di molto interesse da parte dei valutatori, mentre rappresenta la parte dell'articolo che più frequentemente è letta e determina l'impressione finale da parte del lettore.

Questo modo di operare è evidentemente non-etico e non riguarda solo le industrie interessate, ma anche i ricercatori clinici che accettano di firmare lavori scientifici scritti da altri. Uno studio pubblicato su "Plos Medicine" analizza i documenti messi a disposizione da parte della Giustizia Federale degli Stati Uniti che riguardano in particolare parecchi articoli scritti per commentare gli effetti favorevoli della terapia ormonale in menopausa da parte di una ditta specializzata nella stesura di articoli scientifici a pagamento. I ghost writer cercavano di mitigare il rischio di tumore della mammella dovuto all'uso della terapia ormonale magnificando benefici cardiovascolari e prevenzione della demenza, della malattia di Parkinson (e persino delle rughe, senza ovviamente alcuna base scientifica).

Tutto ciò non può che nuocere all'appropriatezza delle terapie, ma serve invece a gonfiare le prescrizioni e i profitti. È importante che i medici siano critici nella lettura della documentazione che ricevono, controllando i dati se possibile sui lavori originali. Occorre anche che il Servizio Sanitario Nazionale dissemini informazioni oggettive per ridurre la sproporzione oggi esistente fra messaggi dell'industria farmaceutica e informazione indipendente.

Silvio Garattini, direttore Istituto Mario Negri di Milano

21 novembre 2010

Memorie della ghigliottina



Gira voce che quella del 2 giugno 1992 a bordo del Panfilo Britannia di "Sua Maestà Regina d’Inghilterra” non sia stata altro che una mera "crociera" organizzata dai magnanimi finanzieri della City di Londra, notoriamente animati da cristiano spirito di solidarietà, e finalizzata a distogliere gli esausti "tecnici" (Draghi in primis) italiani dai gravosi compiti di governo e di fornir loro qualche piacevole momento di ristoro.

A questa idilliaca visione del recente passato italiano, le inguaribili, paradisiache "anime belle" (molti delle quali si definiscono anticapitaliste, antimperialiste, pacifiste e chi più ne ha più ne metta) all'amatriciana, vuoi per gonfiare ulteriormente il portafogli, vuoi perché non hanno potuto far altro che portare il cervello all'ammasso, sono solite affiancare una speculare demonizzazione nei riguardi di chiunque non accetti di bersi queste ignobili idiozie e perseveri nel puntare il dito contro il colossale progetto eversivo enfaticamente denominato “Mani pulite”, architettato e pianificato dai ben noti centri di potere d'oltreoceano e messo in pratica da uno sparuto manipolo di contractors nostrani; una congrega di burocrati bramosi di denaro e potere in combutta con una "sinistra" fresca di nietzschiana conversione al più buio nichilismo proprio di chi prende atto della "Morte di Dio", da costoro identificata con il fallimento del “comunismo reale” appena sepolto sotto le macerie del Muro di Berlino. E' si, perché il collasso dell'Unione Sovietica aveva in un batter d'occhio reso obsoleta ed inadeguata un'intera classe politica nata, cresciuta ed invecchiata all'ombra del Muro e della logica bipolare che aveva regolato gli equilibri dei cinquant'anni precedenti. Quel che ci voleva era un radicale cambio della guardia, che investisse non solo e non tanto la spina dorsale italiana DC - PSI, ma soprattutto l'intera struttura assistenziale dello stato italiano, che deteneva un ingente patrimonio di aziende strategiche, istituti di credito, vie di comunicazione. La campagna giudiziaria denominata "Tangentopoli" nacque in risposta a questa specifica esigenza di "rinnovamento", e si badi bene che non si trattò semplicemente di un mero insieme di operazioni di giustizia, bensì di un preciso progetto eversivo in cui Borrelli, Di Pietro e compagnia ottennero "luce verde" ed ebbero buon gioco per innescare il devastante effetto domino che coinvolse quasi tutta la classe politica italiana (con l'eloquente eccezione del PC, guarda caso), attorno alla quale l'intera editoria italiana ("La Stampa" di Agnelli, "La Repubblica" di De Benedetti, il "Corriere della Sera" dei soliti poteri forti) aveva già da tempo iniziato a stringere una morsa mediatica di altrettanto impressionante vigore. Dal canto suo, l'opinione pubblica, distolta dalle personalissime vicende giudiziarie di questi ladri di polli, scoprì di colpo l'esistenza di uno stato clientelare regolato da un sistema endemicamente tangentizio, e preferì non interrogarsi troppo su ciò che stava accadendo, fermandosi al vacuo pettegolezzo. Così, nell'indifferenza più totale, i vari "tecnici" senza macchia né peccato ebbero vita facile quando, ad un solo mese dalla fatidica "crociera" sul Britannia, trovarono calda accoglienza nell'esecutivo ipertecnico guidato da Giuliano Amato, che si affrettò a varare un decreto (decreto numero 333) che disponeva che le compagnie fino a quel momento pubbliche ENI, ENEL, IRI (qui il signor Prodi fece la parte del leone) ed INA si trasformassero in società per azioni (SPA) e ad ingaggiare, per mezzo dell'indiscutibile cavaliere errante Carlo Azeglio Ciampi, uno strenuo braccio di ferro con il "filantropo" George Soros, il quale si stava attivando per mettere le proprie zampe speculatrici sulla lira, che dopo l'onerosissima ma (ci mancherebbe...) "accanita" difesa portata avanti da Ciampi subì puntualmente una svalutazione del 25% nei confronti del dollaro, nel tripudio generale degli scaltri burattinai di tutto il teatrino, che videro così concretizzarsi tra le proprie mani la possibilità di fare pieno bottino a prezzi di liquidazione. Il governo tecnico guidato da Lamberto Dini si distinse invece per aver ridotto al silenzio con metodi a dir poco farseschi quella pericolosissima Cassandra di Filippo Mancuso, che si era permesso di puntare il dito contro le superstar del pool milanese, accusandole di aver reiteratamente fatto strame delle più elementari garanzie costituzionali. Emblematico, in questo senso, fu il caso che vide come oggetto delle “attenzioni” del pool milanese il direttore dell'IRI Franco Nobili (successore di Romano Prodi), incarcerato in via preliminare per due mesi senza che gli venisse contestato alcun capo d'accusa. Le "anime belle" ovviamente invocheranno scandalizzate la becera dietrologia qualora ci si azzardi ad evidenziare il fatto che Nobili aveva dato incarico alla "Merrill Lynch" di esprimere una stima del valore della banca "Credito Italiano", in procinto di essere privatizzata, e che tale incarico fu revocato durante la sua detenzione e concesso ai famigerati e ben noti angioletti di "Goldman Sachs", che espressero a loro volta una stima di tre volte inferiore a quella data da "Merrill Lynch" (circa 10.000 miliardi di lire). In questi giorni si sta profilando la concreta possibilità che sarà un altro esecutivo tecnico a "salvare il salvabile", un governo, cioè, pieno zeppo dei vari Draghi, Padoa Schioppa, Monti e compagnia bella, gentaglia che ha fatto la spola tra FMI, BCE ed altre banche del sangue sempre a completa disposizione degli insaziabili vampiri che già a inizio anni Novanta avevano messo gli occhi, e non solo, sull'Italia. Riflettere per un attimo su tutto il "buono" che i tecnici avrebbero fatto per questo paese, è un’operazione psicologica particolare, in grado di instillare anche negli individui caratterizzati dal temperamento più tollerante e mansueto la speranza di un ritorno ai metodi tanto cari a quel gran rivoluzionario di Robespierre. Con una "Gioiosa macchina da guerra" consimile i risultati di certo non mancherebbero.


di Giacomo Gabellini

Destra e sinistra in pubblico, ma poi…



Qualche giorno fa ho pubblicato sul Giornale, una notizia con un retroscena insolito. Ricordate il Sexgate? E Newt Gingrich, l’implacabile accusatore repubblicano di Clinton? Ebbene ora apprendiamo che i due implacabili nemici di giorno, la sera, in gran segreto, erano complici. Si ritrovavano per… parlare di donne. Già, perché anche il moralista Gingrich aveva un’amante. E Clinton divenne il suo confidente, come potete leggere qui

L’episodio è divertente e anche un po’ boccaccesco, ma emblematico di un modo di fare politica che non è limitato alle questioni di letto. Negli Stati Uniti più ci si avvicina al vertice e più le distinzioni,. nella gestione del potere, tendono a scomparire, pur salvaguardando l’apparenza.

Ad esempio: sui grandi giornali, nessuno scrive che quasi tutti i ministri della Difesa e del Tesoro sono membri del Council on Foreign Relations, il quale è un rispettabile istituto di politica internazionale, ma anche la fucina delle élites politiche – e spesso anche economiche – degli Stati Uniti. Democratiche e repubblicane. Escono quasi tutti da lì, in posti di primissimo piano (si contano anche diversi presidenti), o come sherpa dietro le quinte. Politici, che, come Bill e Newt, di giorno litigano, ma la sera si ritrovano. A parlare. Non certo solo di donne.

E lo stesso schema si sta diffondendo in molti Paesi. Che cosa distingue i laburisti post Blair dai conservatori alla Cameron? Solo l’etichetta. In Spagna i popolari di Aznar dai socialisti alla Zapatero? Solo questioni etiche e religiose, ma su tutto il resto la continuità è evidente. E guardando ieri sera la trasmissione, noiosissima, di Fazio Fazio e del guru (senza spessore) Roberto Saviano, mi ha colpito la similitudine tra Bersani e Fini, nell’elencare i valori della destra e della sinistra. Un cumulo di banalità, che lascia intravedere una convergenza di fondo, sul modello di società, sull’immigrazione, e, naturalmente, sulle modalità di gestione (reali) del potere,

Tra i due vedo poche differenze sostanziali. Come avviene negli Usa. E’ un caso?

di Marcello Foa

20 novembre 2010

Sovranità, bombe atomiche e patacche


nuclear-bomb-testing

Tra due giorni il vertice NATO di Lisbona deciderà dove dislocare le circa 200 testate nucleari tattiche attualmente sul suolo europeo, sparse tra Belgio, Italia, Germania, Olanda e Turchia.

Dislocare dove, visto che Belgio, Olanda, Germania e altri - avendo male interpretato, evidentemente, le promesse di Obama di andare verso una drastica riduzione delle armi atomiche- avevano dichiarato di non volerle più sui loro territori? Resterebbero, dunque Turchia e Italia. Ma la Turchia di Erdoğan negli ultimi tempi è diventata un alleato assai scomodo. E non solo è poco verosimile che qualcuno le faccia una tale proposta, ma è ancor meno verosimile che Ankara l'accetterebbe.

Rimane, apparentemente, l'Italia, che sulle sue circa 80 bombe atomiche sparse nei suoi territori non ha mai detto parola, né ai tempi del centro sinistra, né ai tempi presenti della destra. E oggi, con un Berlusconi traballante, bisognoso dell'aiuto dell'abbronzato presidente, non vede l'ora di accettare. Intanto quelle armi non fanno nemmeno il solletico all'amico Putin.

Il fatto è che la decisione non è passata inosservata in Europa. Un nutrito gruppo di leader politici europei dell'Europa pre- 11 settembre hanno alzato la voce protestando: perché tenerci queste bombe atomiche? E qual è il ruolo della NATO in questa fase? I nomi erano grossi e restano grossi anche oggi: sono Helmut Schmidt, ex cancelliere tedesco, l'ex ministro degli esteri belga, Willy Claes, l'ex ministro degli esteri britannico Des Browne, e l'ex primo ministro olandese, Ruud Lubbers. E le stesse domande irritate sono risuonate in numerose altre capitali europee minori, un tempo prostrate di fronte a Washington. Naturalmente nel silenzio tombale di Roma.

Tutti pensano, come noi, che quelle 200 bombe atomiche non aumentano la nostra sicurezza. Tutti pensano che, anzi, sono pericolose solo per noi europei. Ma non si può certo dire che non servano a niente. A qualcosa servono: a costringerci a tenere in casa le basi americane, cioè a tenerci legati, mani e piedi , agli Stati Uniti. I quali, precipitando - come stanno facendo (e non pochi europei cominciano ad accorgersene) - trascinano giù anche noi.

Ma una cosa gli Stati Uniti continuano a fare ad alti livelli professionali: lo spettacolo. Ieri un sito abbastanza misterioso, avaaz.org (ma molto bene organizzato. Indirizzo New York, 857 Broadway, 3-rd floor) ha lanciato un appello drammatico, dicendo cose in parte vere (come quella dell'Italia prona), in parte stravaganti (come quella della Turchia, appunto, destinataria di quelle armi). E invitando a firmare un appello contro le bombe con la promessa che «se raggiungeremo le 25.000 firme ci daranno voce in Parlamento prima del vertice».

Qui la stranezza diventa meglio visibile. A chi daranno voce? Chi porterà quelle firme in Parlamento, visto che il link delle firme conduce in un altro posto virtuale e non alla Camera dei Deputati e al Senato della Repubblica? E da quando in qua 25.000 firme garantiscono che verrà data voce a voci diverse da quelle del Potere? A noi risulta che il Potere non ha dato voce a ben più di 25.000 firme, in questo paese preso per i fondelli dal maggioritario e dalla legge porcata.

Insomma: una sollecitudine che puzza lontano un miglio di prestazioni da multi-level marketing, o di rivoluzioni colorate.

Restano, oltre le ingenuità e le truffe che navigano in rete, le bombe atomiche che si muoveranno sulle strade e sulle ferrovie europee alla ricerca di un nuovo parcheggio. Fino a che l'Europa tornerà ad essere un paese sovrano e non com'è stata ed è un conglomerato a sovranità limitata.


di Giulietto Chiesa

19 novembre 2010

In arrivo il governo dei banchieri


di Andrew Spannaus



Dietro allo scontro politico italiano lo spettro della "cura greca" chiesta dalla finanza internazionale

Un'analisi attenta della politica e della storia ci deve sempre portare a guardare i processi sottostanti, e non solo gli eventi particolari. Seguendo questo metodo socratico diventa facile capire come il subbuglio creatosi tra i partiti italiani nel periodo recente ha poco a che fare con gli scandali di Berlusconi e Fini, o anche con le posizioni (molto mutevoli) adottate dai leader di partito da un giorno ad un altro. La realtà è che da molti mesi è in atto un processo inteso a sostituire il governo italiano con un esecutivo tecnico, con il compito di attuare "riforme" urgenti che sono ben più difficili da attuare quando i partiti devono rispondere direttamente ai propri elettori.

Basta uno sguardo veloce oltre ai propri confini per capire la direzione generale. Mentre il governatore della BCE Trichet chiede tagli alle pensioni, e i "mercati" esigono credibilità nel ridurre i deficit di bilancio, sono stati annunciati piani di austerità in numerose nazioni.

I casi menzionati sulla stampa sono solo quelli dove le resistenze della popolazione sono più forti, per esempio il Regno Unito, la Francia, e la Grecia. Negli Stati Uniti la Commissione Fiscale istituita dal presidente Barack Obama ha cominciato ad annunciare le sue proposte di forti tagli alla spesa statale, a partire dalla Social Security (beninteso, difendendo la riduzione delle tasse per i più ricchi, ma senza considerare misure contro la speculazione finanziaria). Così, la situazione italiana va vista nel contesto di una spinta internazionale verso misure di austerità pesanti, guidata proprio da quegli interessi finanziari che da decenni vedono nello Stato l'ostacolo principale alla loro "libertà" di mercato.

Da questo punto di vista il Governo Berlusconi rappresenta un impedimento alle misure richieste. Certo, sotto la minaccia di un attacco al debito pubblico italiano l'esecutivo ha già seguito una linea di rigore, bloccando gli investimenti che sarebbero necessari per l'economia reale. Per non parlare del fatto che i margini di manovra dei governi nazionali sono stati ridotti di parecchio dalla normativa comunitaria, in cui si sono codificate le politiche in stile FMI che mirano a gestire i parametri monetari a prescindere dalla progressiva distruzione di ricchezza nell'economia reale. Ma la finanza internazionale non si fida di questo governo, e in modo particolare del Ministro dell'Economia Giulio Tremonti. Si ricordi che l'Italia è stata tra i pochi paesi a non rifinanziare le banche durante la crisi degli ultimi tre anni; i cosiddetti Tremonti Bonds, che impongono dei vincoli a favore dell'investimento produttivo, non sono stati accettati dalle più grosse banche italiane, e hanno provocato uno dei tanti scontri pubblici tra il Ministro e Mario Draghi, che si è lamentato dell'interferenza politica nell'economia. E la cooperazione internazionale portata avanti dall'Italia in zone difficili - per esempio con Vladimir Putin e la Russia - dà non poco fastidio ai manipolatori della geopolitica a Washington, Londra e Bruxelles.

Gli alleati della City puntano alla formazione di un governo tecnico, per gestire l'emergenza. I partiti di opposizione ci pensino bene prima di accettare una tale soluzione nella speranza di cambiare la legge elettorale; basta ascoltare attentamente le dichiarazioni di alcuni politici di peso (anche tra le proprie file) per capire che i compiti di un esecutivo tecnico andrebbero ben oltre. Si parla di emergenza economica, dei governi tecnici degli anni Novanta come punto di riferimento, e di riforme strutturali per garantire la stabilità del paese.

Quali sarebbero queste riforme strutturali? Di nuovo, la lista è già stata resa pubblica: tagli pesanti alla previdenza sociale, la privatizzazione delle municipalizzate (bloccata dalla Lega Nord), e l'ulteriore liberalizzazione di ogni servizio pubblico. I nomi più accreditati sono quelli di Mario Draghi e Luca Cordero di Montezemolo. Il modello economico del primo è ben noto: la correttezza delle regole per garantire che la speculazione mantenga il dominio sull'economia produttiva; per quanto riguarda il secondo, considerando come intende mettere le mani sui profitti dell'alta velocità ferroviaria - lasciando allo Stato gli investimenti e le perdite - si capisce dove ci porterebbe.

Una recente mozione presentata da Francesco Rutelli al Senato parla chiaro:

"... e) le liberalizzazioni sono urgenti, e va tradotta in disposizioni legislative la segnalazione al Governo del febbraio 2010 da parte dell'Autorità garante della concorrenza e del mercato, riguardante i mercati dei servizi pubblici (postali, ferroviari, autostradali e aeroportuali), energetici (carburanti e filiera del gas), bancario-assicurativi, degli affidamenti pubblici e di tutela dei consumatori. Vanno recepite nella Costituzione le norme dei Trattati UE sulla concorrenza. Vanno rafforzate le norme in materia di servizi pubblici locali: troppi monopoli stanno spingendo verso l'alto le tariffe... " (1-00314 del 6 ottobre 2010).

L'incessante richiesta di liberalizzazioni e tagli alla spesa pubblica è il marchio di fabbrica di coloro che hanno creato la crisi economica attuale, ben lontani dalle misure rooseveltiane che potrebbero innescare una ripresa vera. Niente investimenti pubblici, niente misure punitive contro la speculazione finanziaria, e niente protezioni per i settori produttivi. È la "mano invisibile" che porta via l'industria e i risparmi...

I politici di tutti gli schieramenti farebbero bene a guardare oltre quello che al momento sembra il loro interesse particolare, e chiedersi se non sarebbe ora di incentrare il dibattito pubblico sui contenuti veri dietro ai disegni portati avanti in questo momento: in primo luogo, per onestà, perché la popolazione ha il diritto di sapere le conseguenze vere degli scontri in atto; perché, inoltre, in questo modo, le forze che si ispirano ancora al bene comune potranno trovare il sostegno necessario per bloccare un progetto che sarebbe disastroso per il paese.

17 novembre 2010

11 settembre : Thermite, debunking e onere della prova

Da qualche tempo sta iniziando ad accadere nel dibattito sull’11 settembre la stessa cosa che è accaduta con il caso Kennedy: una volta esaurite la raccolta e la presentazione di tutti gli elementi che contraddicono la versione ufficiale, il dibattito si cristallizza su alcuni aspetti specifici della vicenda, ed apre una serie di discussioni secondarie che sono destinate a restare irrisolte per propria natura, mentre rischiano di allontanare l’attenzione dal problema centrale.

A causare questo problema sono spesso gli stessi “complottisti”, che nell’impeto di voler dimostrare a tutti i costi la propria tesi si spingono a dare spiegazioni che non gli competono, assumendosi in quel modo l’onere della prova. Fanno così un piacere immenso al debunker, che non vedeva l’ora di liberarsi da quel peso, e che può adesso scorrazzare liberamente su un territorio nel quale può finalmente giocare al contrattacco.

E’ stato il caso del “proiettile magico” nell’omicidio Kennedy, salito alla ribalta con il film “JFK” di Oliver Stone, e lo sta diventando nell’11 settembre la questione della thermite nelle Torri Gemelle.

Con il tentativo di dimostrare l’impossibilità del proiettile magico, infatti, Stone si è assunto l’onere della prova, e lo ha fatto anche – thank you very much - per conto di tutti gli altri “complottisti” del caso Kennedy. Da quel momento in poi la macchina mondiale del debunking ha avuto gioco facile, ...

... mostrando come la traiettoria del proiettile non fosse necessariamente impossibile. Altamente improbabile, certamente, ma non per questo impossibile, e come sappiamo al debunker "il pareggio" basta e avanza. Nel frattempo – guarda un pò che fortuna – il fronte ufficialista non ha più dovuto dimostrare come Oswald abbia potuto agire da solo, mentre uno sguardo più attento al Rapporto Warren rivela come in realtà l’omonima Commissione non ci abbia mai spiegato la precisa sequenza temporale con cui Oswald avrebbe esploso i tre colpi sparati dal Book Depository.

Io ritengo infatti assolutamente impossibile stabilire una qualunque sequenza temporale per i tre spari di Oswald (usando come riferimento il filmato di Zapruder), che riesca a riconciliare tutti gli elementi fattuali riscontrati in seguito in Dealey Plaza. (Chi è interessato ai particolari può leggere questa pagina).

Rimane quindi agli ufficialisti spiegare la precisa modalità con cui Oswald avrebbe agito, prima che qualunque “complottista” si assuma l'onere di dimostrare il contrario. Invece, da quando è stato sollevato il polverone del “magic bullet”, il dibattito si è spostato su quell’argomento, e da lì non si è più schiodato negli ultimi 20 anni. Un vero e proprio sogno, per i debunkers.

Ora la stessa cosa sta accadendo con la thermite nell’11 settembre. Stufi di raccogliere ed elencare indizi su indizi, molti “complottisti” stanno calcando la mano sulle dimostrazioni – lampanti, peraltro - fornite nel tempo da personaggi come Steven Jones o Niels Harritt, della presenza dei residui di thermite nelle polveri delle Torri Gemelle. Ma queste sono dimostrazioni complesse e articolate, e lungo il loro percorso è sempre possibile trovare una obiezione qualunque che renda la presenza della thermite da “dimostrata” a soltanto “probabile”. Di fatto, come abbiamo visto, i lavori di Harritt e di Jones non hanno sortito alcun effetto contro la versione ufficiale. Solo una massa enorme di polvere in più.

Perdersi quindi oggi in un dibattito secondario di quel tipo – per quanto possa sembrare allettante, vista la forza dell’evidenza presentata – equivale ad offrire al debunker occasioni infinite per ribattere su un terreno troppo vasto e labile per essere comunque conclusivo. Basta un filmato dei “Mythbusters” - come è accaduto di recente - nel quale si dice che la thermite non taglia l’acciaio, e la tua bella dimostrazione è andata a farsi benedire. Che poi i Mythbusters mentissero spudoratamente non conta nulla, a livello mediatico: il danno ormai è fatto, perchè ora dovresti dimostrare che "non è vero che non è vero", e la strada da qui in poi può soltanto allargarsi, invece di restringersi. Nel frattempo, resta ancora da spiegare la dinamica completa del presunto crollo gravitazionale dei tre edifici.

Sia chiaro, non sto invitando gli amici “complottisti” a desistere da questo tipo di discussioni, anzi, mi auguro che si battano con tutte le forze che hanno in corpo nei vari forum a cui partecipano (compreso il nostro). Vorrei però metterli in guardia su un pericolo molto serio come quella della compartimentalizzazione del dibattito – lo scopo ultimo di ogni debunker al mondo - invitandoli nel contempo a non perdere mai di vista “the big picture”.

Non siamo noi a dover spiegare come sono crollate le Torri Gemelle, ma è chi sostiene che siano cadute da sole a doverci dire come avrebbero fatto, viste le obiezioni che abbiamo sollevato in merito. Come sappiamo infatti, queste spiegazioni dettagliate nei rapporti del NIST non si trovano, esattamente come nel Rapporto Warren non si trova la spiegazione dettagliata di come Oswald avrebbe agito da solo.

Già ci hanno mentito in modo plateale, evitiamo almeno di fargli il piacere di non dover più rispondere alle nostre domande.




NOTA: Ho usato “thermite” (in inglese) in senso generico, riferendomi a tutte le variazioni di prodotto che si possono ottenere da quel composto chimico.

di Massimo Mazzucco

16 novembre 2010

Vivere felici in barba agli economisti…

Nei giorni scorsi ho scritto un articolo sul miracolo del North Dakota, l’unico Stato americano che ha rifiutato di aderire al Federal Reserve System. L’ho scritto seguendo il suggerimento di uno dei partecipanti più assidui di questo blog, Silvio, che sono lieto di ringraziare. Potete leggere l’articolo qui. . La morale é molto semplice: felicità è vivere senza la Fed. Ovvero: il North Dakota dipende da una Banca centrale indipendente, la quale, anziché rincorrere e propagare le chimere dei mercati finanziari, opera dal 1920 al servizio della comunità con risultati strepitosi: crescita sostenuta, nessun deficit, disoccupazione bassissima. Al punto che molti altri Stati come California e Florida vogliono imitarla.

Oltre a questo articolo ne segnalo un altro, uscito venerdì e che riguarda l’Italia. Ho incontrato Marco Fortis, che considero uno dei pochi economisti italiani capaci di sviluppare un pensiero autonomo e innovativo, il quale rivela che le aziende italiane sono seconde solo alla Germania in termini di competitività nel commercio mondiale e dunque davanti alla Cina, dato questo sconosciuto ai più. Inoltre Fortis sostiene che, in tema di riforme per l’Italia, sia sbagliato continuare a inseguire modelli stranieri, in quanto da un lato sono illusori (vedi capitalismo anglosassone basato sul debito privato), dall’altro non pertinenti (vedi capitalismo tedesco caratterizzato dalla presenza di diversi grandi gruppi, che invece mancano in Italia). Secondo Fortis per rilanciare l’Italia bisogna predisporre delle riforme che consentano di valorizzare i suoi punti di forza (quello che lui chiama quarto capitalismo votato all’export), con scelte ad hoc e all’occorrenza anticonformiste.

E’ una tesi di buon senso che condivido senza esitazione e di cui in parte avevamo parlato anche su questo blog.

Il messaggio é: per prosperare davvero bisogna avere la forza di non lasciarsi lavare il cervello dalla propaganda e di trovare formule adatte alla propria realtà, infischiandosene dei moniti e dei latrati della maggior parte degli economisti.

Come ha fatto il North Dakota. E come può, anzi deve, fare anche l’Italia.

O sbaglio?

di Marcello Foa

15 novembre 2010

Dobbiamo mettere in galera i banchieri, o l’economia non si riprenderà







Come hanno ripetutamente detto economisti come William Black e James Galbraith, non possiamo risolvere la crisi economica se non chiudiamo in galera i criminali che hanno commesso le frodi.
E l’economista premio Nobel George Akerlof ha dimostrato che la mancata punizione dei criminali dai colletti bianchi – ma invece il loro salvataggio – crea incentivi a commettere ancora altri reati economici in futuro, e all’ulteriore distruzione della economia.

Anche Stiglitz, premio Nobel per l’economia, dichiara a Yahoo Daily Finanza il 20 ottobre:
“Questo è un punto veramente importante da capire, dal punto di vista della nostra società.

L’ordinamento giuridico si suppone essere la codificazione delle nostre norme e credenze, cose di cui abbiamo bisogno per far sì che il nostro sistema possa funzionare. Se questo ordinamento viene considerato come una forma di sfruttamento, allora la fiducia nell’intero sistema comincia a mancare. E questo è proprio il problema che si sta verificando.


Nei prestiti auto stanno andando avanti un sacco di pratiche predatorie. Perché deve essere OK effettuare operazioni di prestito a rischio nelle automobili e non nel mercato dei mutui? C’è un qualche principio che lo giustifica? Sappiamo tutti la risposta. No, non c’è nessun principio. Si tratta di soldi. Si tratta di contributi elettorali, lobbying, porte girevoli, tutto questo genere di cose. Il sistema è destinata a favorire effettivamente questo genere di cose, anche con le multe. [riferendosi all' ex CEO di Countrywide Angelo Mozillo, che recentemente ha pagato decine di milioni di dollari in multe, una piccola frazione di quello che ha effettivamente guadagnato, perché ha guadagnato centinaia di milioni.]

Conosco molte persone che dicono che è uno scandalo il fatto che abbiamo avuto più responsabilità negli anni ’80 con la crisi S & L, rispetto a quella che stiamo dimostrando oggi. Sì, noi li multiamo, e qual è la grande lezione? Comportati male, e il governo ti prenderà il 5% o il 10% del tuo maltolto, ma tu te ne starai bene accomodato con diverse centinaia di milioni di dollari ancora disponibili dopo aver pagato le multe, che sembrano molto grandi per gli ordinari standard, ma risultano molto ridotte rispetto all’ammontare che sei stato in grado di incassare.

Così il sistema è impostato in modo che anche se sei colto sul fatto, la pena è comunque una piccolezza rispetto a quello con cui te ne potrai andare a casa.
La multa è solo un costo del business. E’ come un bel parcheggio. Talvolta si prende la decisione di parcheggiare pur sapendo che si potrebbe prendere la multa, perché a svoltare l’angolo per parcheggiare meglio si perde troppo tempo.
Penso che dobbiamo andare a fare quello che abbiamo fatto con S & L, ed effettivamente mettere molta di questa gente in carcere. Assolutamente. Questi non sono solo reati dei colletti bianchi o piccoli incidenti. Ci sono state vittime. Questo è il punto. Ci sono state vittime in tutto il mondo.

Abbiamo forse fiducia che questa gente, che ci ha messo nel caos, abbia davvero cambiato idea? In realtà possiamo avere una discreta convizione che non siano cambiati affatto. Ho assistito ad alcuni interventi in cui è stato detto “Nulla è stato veramente sbagliato. Le cose non sono andate molto bene. Ma la nostra comprensione delle questioni è ora abbastanza approfondita”. Se pensano questo, allora siamo veramente in un brutto guaio.

Ci sono molti modi per dissuadere le persone dal commettere reato. Gli economisti fanno leva sul concetto degli incentivi. Le persone a volte hanno un incentivo a comportarsi male, perché imbrogliando possono fare più soldi. Se il nostro sistema economico deve funzionare, allora dobbiamo fare in modo che ciò che si guadagna con la truffa sia controbilanciato da un sistema di sanzioni.

Ed è per questo, per esempio, che nella nostra legge antitrust spesso non si beccano le persone che commettono reato, ma quando lo si fa, ci sono risarcimenti elevatissimi. Si paga tre volte l’importo del danno che si produce. Questo è un forte deterrente. Purtroppo, quello che stiamo facendo adesso, e nei più recenti crimini finanziari, è accontentarsi di frazioni – frazioni! – dei danni diretti, e addirittura una frazione ancor più piccola del danno totale della società. Vale a dire, il settore finanziario ha realmente fatto crollare l’economia mondiale e, se si includono tutti i danni collaterali, in realtà si tratta di migliaia di miliardi di dollari. Ma c’è un’accezione più ampia di danni collaterali che io penso che non sia stata realmente considerata. E’ la fiducia nel nostro sistema giuridico, nel nostro Stato di diritto, nel nostro sistema di giustizia. Quando si menziona il “Patto di fedeltà e obbedienza” si intende con questo “giustizia per tutti”. La gente non è più sicura che ci sia giustizia per tutti. Qualcuno e’ fermato per un reato minore di droga, e viene chiuso in carcere per molto tempo. E invece, per questi cosiddetti delitti dei colletti bianchi, che non sono senza vittime, quasi nessuno di queste persone, proprio quasi nessuno di loro, va in prigione.

Lasciatemi fare un altro esempio di una parte del nostro sistema giuridico molto guasta e mal funzionante, e che ha contribuito alla crisi finanziaria.
Nel 2005, abbiamo approvato una riforma della legge fallimentare. E ‘stata una riforma voluta dalle banche. E’ stata progettata per permettere loro di fare prestiti a rischio a persone ignare di come funziona, e quindi fondamentalmente per strangolarli. Prosciugarli. Avremmo dovuto chiamarla “la nuova legge sulla servitù a contratto”. Perché questo è quello che ha fatto. Lasciatemi solo dirvi quanto è cattiva questa legge. Non credo che gli americani capiscano quanto sia cattiva. Diventa davvero molto difficile per le persone ripagare i loro debiti. In passato un principio basilare in America era che la gente ha diritto a ricominciare. Le persone possono commettere errori, soprattutto quando sono depredate. E così si dovrebbe essere in grado di ripartire di nuovo. Prendi un foglio bianco. Paga quello che puoi e ricomincia. Naturalmente, se lo fai più e più volte questa è una storia diversa. Ma almeno quando si ha a che fare con questi istituti di credito predatori, si dovrebbe essere in grado di ottenere un nuovo inizio. Ma le banche hanno detto: “No, no, non si può scaricare il debito”, o non è possibile scaricarlo molto facilmente. Si tratta di servitù a contratto.
E noi critichiamo altri paesi per avere servitù a contratto di questo tipo, lavoro coatto. Ma noi in America lo abbiamo istituito nel 2005, con quasi nessuna discussione sulle conseguenze. Ciò che ha provocato è stato di spingere le banche ad impegnarsi in pratiche di prestito anche peggiori.

Le banche vogliono far finta che non concedevano crediti inesigibili. Non vogliono ammettere la realtà. Il fatto è che loro hanno opportunamente cambiato i principi contabili, in modo che i prestiti che sono inesigibili, in cui le persone non pagano quello che devono pagare, sono trattati come se fossero mutui con buone prestazioni.
Così tutta la strategia delle banche è stata quella di nascondere le perdite, cavarsela e ottenere che il governo mantenga i tassi di interesse molto bassi. Il risultato di questo, per tutto il tempo che continueremo con questa strategia, è che ci vorrà molto tempo prima che l’economia possa riprendersi ….
di Joseph Stiglitz

09 novembre 2010

Il sogno americano si trasforma in incubo

L'America non fa che sognare anche se adesso il sogno si è trasformato in un incubo. Il primo presidente di colore non fa sognare più l'America ma è diventato la causa dei suoi incubi. Disoccupazione al 10%, crescita anemica, una riforma sanitaria che non piace nè ai ricchi nè ai poveri perché costruita su complicatissimi compromessi politici, una guerra in Afghanistan che non si vince ne si vincerà. Queste, agli occhi degli americani, le conseguenze della politica di Obama. Nessuno, neppure la stampa che da giorni dà addosso al presidente, riflette che in due anni si può fare ben poco, sia nel bene, sia nel male, e che gran parte del cataclisma economico che ancora affligge l'America Obama l'ha ereditato.

È vero, l'ha gestito male, ma si trattava e si tratta ancora di una crisi di dimensioni "bibliche".

Unico vero errore, forse, è stato spingere al massimo la riforma sanitaria in un momento in cui al Paese serviva ben altro.

L'ostilità nei confronti dell'ex messia Obama nasce dal fatto che l'America è da sempre vittima di illusioni politiche. Il divario tra Washington e Wall Street da una parte ed il resto del Paese dall'altra è enorme e viene regolarmente colmato dalla propaganda politica. Come l'americano medio sa pochissimo sulla riforma sanitaria e sulle vere responsabilità del presidente, così sa poco o nulla sulla distribuzione del reddito a casa sua. Ce lo racconta uno studio condotto da due psicologi americani, Dan Ariely della Duke University e Michael Norton dell'Harvard Business School. Gli americani pensano di vivere in un Paese dove il 20% più ricco della popolazione controlla il 59% della ricchezza, quando invece i ricchi si spartiscono l'89%; sono anche convinti che il 20% dei più poveri usufruisca del 3,7% quando la cifra esatta è un misero 0.1%.
Ma non basta, tutti ancora credono che questo sia il Paese delle grandi opportunità. In realtà è vero il contrario. Secondo uno studio dell'economista Miles Corak dell'università di Ottawa in Canada, gli Stati Uniti sono i penultimi al mondo, dopo il Regno Unito, in termini di mobilità salariale tra le generazioni. Se nasci povero rimani povero.

Quando poi si chiede agli americani quale debba essere la ripartizione giusta sognano quella dei paesi scandinavi: i più ricchi dovrebbero avere il 32% ed i più poveri il 10%. Nessuno però è disposto a pagare più tasse per ottenere questa distribuzione. Quando finalmente l'America si risveglierà sarà difficile accettare la realtà.

di Loretta Napoleoni

08 novembre 2010

La dittatura della pubblicità

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Da quando vidi il film Il maschio e la femmina (1966) la prima volta avevo l’età dei suoi protagonisti e me ne colpì l’intelligenza nella descrizione dei disagi e speranze di una generazione. Ma quel che più ne ricordo è la scritta che, a bruciapelo e senza necessità evidente, interrompeva una scena per affermare che «la pubblicità è il fascismo del nostro tempo». Si è governato e si governa, in gran parte del mondo occidentale, con gli strumenti del consenso e del consumo, riuscendo quasi sempre a evitare il manganello e la censura diretta. Col companatico al posto del pane, la televisione al posto dei giochi del circo (ultima variante i festival di letteratura e altra cultura) e con la pubblicità.

Pubblicità in senso lato – di uno stile di vita, di un modello di società propagandato come il migliore o l’unico possibile – ma che anche nel senso specifico e ristretto di un tipo di comunicazione che mira a far acquistare delle cose. Il potere della pubblicità è cresciuto enormemente, la stampa, per esempio, ne vive e ne è ricattata, le leggi che la limitavano sono state progressivamente abbattute e ci sono riviste dove le pagine di testo sono un terzo di quelle riservate alla pubblicità, senza considerare la pubblicità indiretta.

Fu Vance Packard per primo a denunciare questo attentato alla democrazia e alla libertà dell’informazione in un libro celebre, I persuasori occulti, a metà degli anni cinquanta. A noi poteva sembrare fantascienza, ma poi, come in molti altri campi, la fantascienza è diventata realtà, e come “genere” letterario è quasi scomparso (riprende oggi, mascherato, nella più accorta letteratura per ragazzi). Anche la battuta di Godard, che al suo tempo indicava una preoccupazione o una messa in guardia, è oggi una constatazione.

Un’idea moderna di pubblicità è esplosa in Italia negli anni sessanta, prima la pubblicità era secondaria, rozza, poco o niente mediata. Su un giornale degli anni trenta o quaranta la pubblicità di un lassativo si serviva dell’immagine celebre dell’incontro tra Dante e Beatrice lungo l’Arno accompagnata dal verso della Commedia «Io son Beatrice che ti faccio andare». Poi, col boom, vennero le grandi agenzie e la leva dei professorini che avevano sulla scrivania dei loro uffici milanesi e torinesi (l’ho visto coi miei occhi, ho avuto molti amici che si sono dati a quel mestiere) le opere di Jung e altri studiosi di simboli e miti, di immagini archetipiche, di studi sull’inconscio. La pubblicità si faceva furba e intellettuale, un settore in enorme espansione. Non sembrava disdicevole farne una professione.

La fase successiva è il ’68: quando si trattò di trovare lavoro molti passarono dal movimento alla pubblicità, soprattutto a Milano (più assai di quelli che finirono nel giornalismo o nella politica istituzionale, ma ovviamente meno di quelli finiti nella scuola). Ne vennero una perdita di sottigliezza, messaggi sempre meno velati, una aggressività via via più volgare e diretta.

I giornali sono brutti anche per i ricatti della pubblicità. E se sfogliamo un quotidiano di quelli importanti (che sono due, forse tre, in stretto legame con lotte e intrighi del potere, dominatori dell’informazione bacata e nemici giurati della riflessione e delle connessioni) vediamo che vi si fronteggiano pagine di cronaca raccapricciante e di pubblicità da mondo dei sogni. E colpisce il leit-motiv, il tormentone sessuale: chi compra un’automobile X o Y scopa meglio e di più, e questo vale per una scatola di piselli o una birra, un computer o un best-seller, e volti e corpi di giovani robot da film americano imbecille vi si offrono spudoratamente, come in un Eden ritrovato dove ogni albero, animale o nuvola serve solo a veicolare un unico messaggio: comprate, solo così sarete felici.

La sua logica è berlusconiana, ma chi protesta per altre forme di manipolazione trova questa normale, o meglio, la trovano normale i giornali e i giornalisti che se ne nutrono. L’elargizione della pubblicità Fiat, per esempio, è stato un modo di influire sui giornali della sinistra, anche quelli apparentemente più liberi.

La manipolazione pubblicitaria incide in profondità sulla salute mentale e sulla morale dei destinatari dei loro messaggi, e su quelli della Repubblica. È espressione del fascismo del nostro tempo. Dopo la guerra, molti figli chiesero ai padri come si erano comportati sotto fascismo o nazismo. Accadrà anche in Italia, dopo il trentennio che muore? Sarebbe sano, ma non succederà.

di Goffredo Fofi

07 novembre 2010

La teoria della rana bollita di Silvio Berlusconi



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Come ho già scritto per il cosiddetto "caso D’Addario" la vita privata del premier, come quella di qualsiasi altro cittadino, se non concreta in ipotesi di reato, non può e non deve essere materia di discussione. Anche se fa un po’ specie che il Presidente del Consiglio, che potrebbe fare di casa sua un cenacolo di artisti, di grandi attori, di affascinanti protagoniste del miglior cinema, di scrittori, preferisca circondarsi delle tante Ruby di turno. Ma sono affari suoi.
Se però il premier, o il caposcorta a suo nome, telefona in questura mentre si sta interrogando una persona accusata di furto per suggerirne la sorte, cercando di scavalcare Polizia e Magistratura, in questo caso il Tribunale dei minori, questi non sono più affari suoi. È un affare di Stato. Berlusconi si è giustificato affermando di non aver fatto alcuna pressione sulla Questura di Milano. Ma la sua telefonata, e quella del caposcorta a suo nome, è in sè una pressione e lo sarebbe anche se le cose non fossero poi andate nel senso desiderato dal Cavaliere. Questa non è una "pirlata", come hanno scritto alcuni giornali, si chiama abuso di potere o, in termini giudiziari, "abuso di ufficio" tanto più grave dato il ruolo del protagonista (e la Procura di Milano non ha affatto "assolto" Berlusconi, come dicono alcuni esponenti del Pdl, ma solo il comportamento della Questura); c’è poi il particolare grottesco della "nipote di Mubarak" che sembra uscito paro paro da una commedia di Totò o da un siparietto di Ridolini, ma non fa ridere nessuno.
A parte che non si capisce perché in un regime democratico una "nipote di Mubarak" dovrebbe godere di un trattamento di favore rispetto ai "figli di nessuno". C’è il fatto che la ragazza non è una "nipote di Mubarak". Berlusconi quindi, personalmente o attraverso il caposcorta che parlava a suoi nome, ha mentito alla Polizia. E anche l’indicazione di affidare la ragazza a questa Nicole Minetti, ex igienista dentale di Berlusconi da lui imposta nelle liste bloccate di Formigoni e diventata per questo consigliere regionale, oltre ad essere un’ulteriore pressione sulla Questura e sulla Magistratura competente, perchè la Minetti si è avviata verso via Fatebenefratelli quando nulla era ancora stato deciso dal giudice minorile, è un altro inganno nei confronti della Polizia e del Tribunale. Perchè la Minetti che aveva "l’obbligo di vigilare sulla minorenne" non l’ha trattenuta presso di sè nemmeno quella sera, ma l’ha subito sbolognata ad una ballerina brasiliana dalla dubbia reputazione che, guarda caso, proprio in quelle ore stava convergendo verso la Questura. È evidente l’intesa che l’affido della Minetti sarebbe stato puramente formale. Non si tratta quindi di "un atto di generosità" come asserisce Berlusconi, ma di spietatezza perché si è lasciata la ragazza allo sbando, ricacciandola proprio in quell’ambiente che avrebbe dovuto evitare, tant’è che dopo solo cinque giorni Ruby era già di nuovo nei guai.
Berlusconi ha usato nei confronti dell’opinione pubblica il metodo della "rana bollita". Se io butto una rana in una pentola che bolle a cento gradi, quella schizza fuori e si salva. Se io la metto in una pentola che cuoce a fuoco lento e alzo gradualmente la temperatura la rana non se ne accorge e finisce bollita. Berlusconi ha alzato gradualmente il livello delle sue "irregolarità", chiamiamole così, per cui l’ultima faceva passare nel dimenticatoio le altre e finiva per farsi accettare perché di poco più grave della precedente. E così è bollito il Paese.

di Massimo Fini -

05 novembre 2010

Al diavolo Berlusconi. Ma a favore di chi?

Mai come adesso sembra che il presidente del Consiglio sia alle corde. Eppure, meglio non farsi illusioni su quelli che potrebbero prenderne il posto


Forse ci siamo: Berlusconi ha talmente tirato la corda, nei suoi comportamenti pubblici e privati e nell’arroganza con cui li difende e addirittura li rivendica, da aver rafforzato come non mai il fronte di quelli che non vedono l’ora che si levi dai piedi. Benché lo schieramento dei suoi oppositori rimanga un guazzabuglio di posizioni eterogenee, e manchi totalmente di un leader in grado di unificarlo intorno a un programma politico nitido e compiuto, per la prima volta dal 1994 si ha la sensazione che la sua parabola abbia ormai imboccato la fase discendente. Dalla Confindustria alla Chiesa, l’insofferenza nei suoi confronti è più esplicita; e solo gli ingenui possono pensare che entità di questa rilevanza si muovano sull’onda delle notizie di giornata, anziché sulla base di attente valutazioni strategiche sul medio e sul lungo periodo.

Ma il punto è proprio questo. Ammesso che ci si trovi davvero a un punto di svolta, e che Berlusconi sia destinato a perdere definitivamente il suo ruolo di padre-padrone del centrodestra, che tipo di futuro ci aspetta? Si perverrà realmente a una palingenesi, di natura etica prima ancora che politica, come amano far credere i suoi molti avversari, a cominciare dal Pd?

Si potrebbe dire, prudenzialmente, che è legittimo dubitarne. Ma in realtà non sarebbe semplice prudenza. Sarebbe ipocrisia. La risposta che si deve dare è invece molto più netta, e totalmente negativa. La risposta è no. Quand’anche Berlusconi venisse finalmente rimosso dal quadro politico, la situazione complessiva sarebbe tutt’altro che bonificata. A differenza di quello che si sostiene di solito, dalle parti di Bersani & Co. (ma sarebbe più giusto, e più chiaro, dire “dalle parti di D’Alema & Co.”), Berlusconi non è affatto la causa del degrado generale dell’Italia, ma ne è piuttosto una conseguenza. Che abbia contribuito all’ulteriore peggioramento degli standard di pensiero e di condotta è innegabile, ma nelle linee fondamentali non c’è una vera e sostanziale discontinuità rispetto al passato.

Il caso Berlusconi, in altre parole, si iscrive perfettamente nell’allucinazione collettiva, e nella sapiente mistificazione, del passaggio dalla Prima alla Seconda repubblica. Quel passaggio non c’è mai stato. E se anche si volesse insistere a proclamarlo, citando a comprova la dissoluzione dei grandi partiti del passato a cominciare dalla Dc e dal Psi, bisognerebbe riconoscere che si è trattato assai più di un riassetto che non di una rifondazione. Le finalità rimangono le stesse, al di là dei cambiamenti suggeriti o imposti dai tempi e dalle mutate circostanze nazionali e, soprattutto, internazionali: asservire la nazione agli interessi dei diversi potentati economici e politici – che possono cambiare quanto si vuole ma che in ogni caso operano nell’ambito del medesimo sistema e che ne condividono la logica e gli obiettivi – occultando dietro una parvenza democratica una struttura sociale di tipo oligarchico.

La cosiddetta “anomalia Berlusconi”, quindi, deve essere letta non già come il virus che ha colpito un organismo sano, ma come una fase successiva di una malattia che è cominciata assai prima del suo avvento. È vero: negli ultimi quindici anni quella malattia si è manifestata in maniera ancora più evidente, e ributtante, di quanto non fosse avvenuto in precedenza, ma l’estremizzarsi dei sintomi non va confuso con una nuova e differente patologia. L’infezione ha origini lontane: e chi crede che la cura consista nel dare più potere a Confindustria e a Bankitalia, in nome di una ritrovata efficienza di taglio imprenditoriale, si sbaglia di grosso. Così come al tempo di Tangentopoli, chiudere l’era Berlusconi servirà solo a fingere di aver avviato chissà quale miglioramento. Al contrario, si sarà soltanto voltata pagina. All’interno dello stesso libro.

di Federico Zamboni

04 novembre 2010

La Guerra delle valute





La guerra valutaria mondiale in corso è la dimostrazione di tre realtà dell’economia globalizzata.

La prima è che la crisi è tutt’altro che finita.
La seconda è che gli equilibri del potere economico mondiale sono mutati e che con essi viene meno l’egemonia Usa.
La terza è che questo cambiamento, insieme alla crisi, sta acuendo la conflittualità tra le aree economiche principali, Usa, Ue, Bric.
Questo terzo elemento è accentuato dalla volontà degli Usa di scaricare la crisi, di cui sono epicentro, sugli altri paesi e dalla scelta di risolverla nella stessa maniera in cui hanno cercato di risolvere ogni crisi negli ultimi decenni: con l’immissione di dosi massicce di liquidità nel sistema finanziario da parte del governo e con il conseguente aumento del debito pubblico. Due metodi che, sebbene abbiano consentito di risolvere temporaneamente le crisi, hanno però creato una serie di bolle speculative, che, una volta scoppiate, facevano ripiombare il sistema in una crisi più profonda.
Questa volta la massiccia immissione di liquidità – 800 miliardi di investimenti pubblici nel 2009 – non ha neanche prodotto benefici reali, visto che negli Usa il tasso di disoccupazione è ancora alto (chi ha lavoro è oggi il 4,6% in meno del 2007) e il deficit commerciale con l’estero, il più grande del mondo, è aumentato ancora, arrivando a 604 miliardi di dollari. L’immissione di liquidità ha prodotto invece la consueta serie di impennate speculative, prima verso i titoli di stato e le materie prime e ora verso i junk bonds, i titoli spazzatura. In compenso, il debito pubblico Usa è esploso. Questo ufficialmente è al 90% del Pil, ma, se si considerano le nazionalizzazioni di fatto di Freddie Mac e Fannie Mae, si arriva al 140%, e, se si dà per buona la valutazione dell’Ufficio del Bilancio del Congresso Usa, con le pensioni ai reduci di guerra e le spese sanitarie si arriverebbe almeno al 400%.

Intanto, le banche hanno potuto investire negli Usa e in Europa la liquidità ricevuta dallo Stato a tassi prossimi allo zero, in titoli del debito pubblico a più alto rendimento, realizzando lauti profitti. Ma soprattutto l’aumento della liquidità ha condotto alla svalutazione del dollaro nei confronti delle altre valute. La notizia recente che la Fed si appresta ad una nuova massiccia immissione di liquidità ha provocato una ulteriore discesa del dollaro ai minimi da 8 mesi sull’euro, degli ultimi 15 anni sullo yen e degli ultimi 11 anni sul real brasiliano. A questo punto, si è scatenata la reazione delle altre potenze economiche, dal Giappone al Brasile, che con l’apprezzamento delle loro valute rischiano il collasso delle loro esportazioni e del loro apparato industriale.

Eppure, alcuni economisti e soprattutto gli Usa continuano a dare la colpa degli squilibri commerciali e finanziari mondiali alla Cina, che manterrebbe lo yuan al di sotto del suo valore reale, realizzando così un enorme surplus commerciale ai danni degli Usa. La realtà è un’altra. In primo luogo, la Cina nel passato ha già rivalutato lo yuan senza che si determinassero risultati apprezzabili per il debito commerciale Usa. Le ragioni risaltano dalle parole dell’amministratore delegato di General Electric: “Noi statunitensi siamo esportatori patetici, dobbiamo diventare nuovamente una potenza industriale.” La massiccia delocalizzazione ha portato alla deindustrializzazione degli Usa, diventati paese importatore di quasi tutto ciò che consumano. Di fatto, gli Usa finanziano i loro enormi debiti commerciale e pubblico grazie alla capacità di attirare il surplus mondiale, collocando i propri titoli di Stato presso il Giappone e i paesi emergenti, soprattutto la Cina, che li impiegano come riserve valutarie. Il nocciolo della svalutazione del dollaro sta qui. Infatti, più che essere tesa a facilitare l’export di una industria manifatturiera Usa ridotta a poca cosa, la svalutazione del dollaro tende a svalutare l’ammontare del debito pubblico statunitense detenuto dall’estero. È un modo surrettizio per fare bancarotta, non pagando una parte del debito e scaricando i costi della propria crisi sugli altri paesi. Inoltre, è un sistema e per esercitare pressioni verso chi, come la Cina, non sembra più intenzionato a concedere finanziamenti agli Usa a fondo perduto, acquistando sempre e comunque i Treasury bond.

Non si tratta di una novità, gli Usa lo hanno già fatto negli anni ’80 con il Giappone, che finanziò la vittoria Usa nella corsa al riarmo contro l’Urss. Grazie alla caduta del dollaro nel 1985, gli Usa restituirono al Giappone in dollari svalutati il prestito fatto in dollari sopravvalutati.
di Domenico Moro

03 novembre 2010

La potenza dei poveri




Majid Rahnema, autore del libro "La potenza dei poveri" (Jaca Book 2010)

Majid Rahnema, autore del libro "La potenza dei poveri" (Jaca Book 2010)

Incontrare personaggi come Majid Rahnema è un’esperienza che capita poche volte nella vita. Esistono incontri illuminanti e luoghi che li rendono disponibili, come il Salone dell’Editoria Sociale.

Raccontare la biografia del co-autore – insieme a Jean Robert – de La potenza dei poveri (Jaca Book, 2010), sarebbe di per sè istruttivo: così densa di episodi significativi che l’assoluta originalità e l’alto valore intellettuale del pensiero dello scrittore iraniano, sembrano una naturale conseguenza di una vita passata tra ministeri, ruoli di primo piano nell’Onu e nell’Unesco.

Nella lezione organizzata dalla Scuola del Sociale della Provincia di Roma Rahnema conversa con il pubblico partendo sempre da episodi della sua biografia. Così ricorda, come quando gli fu affidato dall’Onu il compito di redigere un dossier sulla povertà, dopo 6 mesi di studio fervente su ciò che gli altri avevano detto in merito all’argomento, si accorse di non sapere ancora nulla. Come uno scettico antico sospese il giudizio, continuò a riflettere e a distanza di 25 anni capì che finalmente aveva qualcosa di diverso da dire sull’argomento. Anzitutto si tratta di rilevare come il concetto economico di sviluppo non rappresenti altro che l’ennesimo inganno che l’economia capitalista cerca di propugnare al resto del mondo. Tramite le parole l’Occidente cerca di colonizzare culture diversa dalla nostra, presupponendo che la loro qualità di vita debba essere misurata con gli standard – e il linguaggio – della Vecchia Europa. Partendo da questa riflessione Rahnema, riesce oggi, a distanza di un quarto di secolo dall’affidamento del dossier, a distinguere 3 tipi di povertà:

1 . La povertà conviviale. Si tratta del modo di vivere dignitoso con ciò che si ha. Fino all’anno mille, secondo le ricerche dell’intellettuale iraniano, non esisteva il sostantivo povertà. Esistevano semplicemente dei singoli poveri, che non erano neanche così definiti per mere questioni monetarie. Nella lingua persiana antica povero è colui che è solo e una simile condizione, si poteva riparare con l’ambiente circostante. In miseria – concetto diverso da quello di povertà – ci cadeva solo chi restava irrimediabilmente isolato.

2. La povertà volontaria. In questo caso si parla di chi rinuncia per scelta alla propria ricchezza. L’esempio lampante è quello di San Francesco d’Assisi, che Rahnema dice che potremo considerare il Rockfeller dell’epoca. Invece decide di abbandonare i suoi possidimenti. Significa che la povertà non è poi così male, o no?

3. La povertà modernizzata (definizione presa in prestito da Ivan Illich). Qui invece abbiamo a che fare con persoe che avrebbero di che vivere, ma i cui bisogni aumentano smisuratamente, perchè indotti dalla società. Questa è la nostra povertà, quella delle società occidentali.

La domanda che sorge spontanea è questa: se i 2/3 della popolazione si dicono poveri perchè guadagnano meno di un dollaro al giorno, perchè in Francia è povero chi ne guadagna meno di trenta? Qui qualcosa non quadra. Il fatto sconvolgente, è che i veri poveri in termini edonistici, vivono meglio di quelli delle società occidentali, che sono poveri per modo di dire, perchè hanno dei bisogni indotti, che chi riesce a vivere con pochi centesimi al giorno non conosce nemmeno. Come, a dire non sanno cosa si perdono e proprio per questo vivono meglio di noi.

Si tratta di una questione che secondo Rahnema andrebbe tratta dal punto di vista scientifico: la scienza – episteme – anzitutto non è una cosa innocente. Può essere definita in due modi: da una parte risponde al desiderio di vivere e qui si caratterizza come insieme di conoscenze. Per il potere però diventa ciò che è utile al dominio, rispondendo quindi a un desiderio di conquista. Purtroppo, secondo l’autore iraniano, quello che viene insegnata nelle grandi università è il secondo tipo di scienza. Così noi europei, vittime della seconda tipologia di episteme, non sappiamo mantenere la dignità che gli altri mantengono guadagnando molto di meno.

In conclusione si può dire che i veri miserabili siamo noi, perchè abbiamo costretto la maggior parte della popolazione a vivere con dei bisogni indotti, abbiamo escluso i 2/3 della popolazione dai nostri piani, ma tutto ciò va a nostro discapito. Loro, la maggioranza, ci potrebbero aiutare. Ci potrebbero insegnare a vivere dignitosamente con poco. In realtà noi siamo drogati dall’economia e dal concetto di sviluppo e tutte le teorie sulla decrescita, che presuppongono un radicale cambiamento dei nostri costumi, probabilmente arrivano troppo tardi. Saremo davvero capaci di cambiare così profondamente i nostri stili di vita? Oppure riusciremo a corrompere, con la nostra miseria, il patrimonio di dignità che quei ricconi degli africani hanno da insegnarci?

di Andrea Scutellà

02 novembre 2010

Crescita impossibile e fine del progresso

guidorossi

Ripresa, rilancio della produzione, aumento del Pil, crescita... Questi sono gli strumenti insistentemente indicati da economisti, governanti, industriali, politici, per il superamento della crisi. Che ne pensa?

Il mio parere è molto preciso. Ritengo che ci sia veramente un errore di fondo nello scopo finale di tutte le politiche, che è quello del progresso economico. Come ha appena detto lei, gli economisti non pensano ad altro: aumentare produzione e produttività, a tutti i costi.

Così quella che era la molla fondamentale del capitalismo, il progresso economico, è diventata molla fondamentale di tutti i sistemi; e al capitalismo di mercato si è aggiunto il capitalismo di stato. Vedi la Cina: dove accadono esattamente le stesse cose di sempre, a detrimento dei più deboli. Mentre dovunque quelli che Bobbio chiamava «diritti di seconda e terza generazione », con questa accelerazione del progresso economico a tutti i costi, vengono selvaggiamente conculcati. Come dice Robert Reich nel suo Supercapitalismo, «è stata sostituita la tutela dei diritti dei cittadini con la tutela dei consumatori».

Ormai lo scopo è quello di creare sempre più benefici per i consumatori a scapito dei tradizionali diritti al posto di lavoro, alla sicurezza sul lavoro, alla pensione. Noti che lo sviluppo economico come fondamento dell’attività umana è presente anche nell’ultima enciclica di Ratzinger; in cui si sostiene che la globalizzazione serve a un progresso economico che poi si diffonde tra tutti i popoli. Che non è vero.

E non è vero che - come si dice - sono scomparse le ideologie. Di fatto se n’è creata una nuova, che ha ucciso tutte le altre.

E questo inseguimento forsennato della crescita continua mentre la crisi ecologica (conseguenza proprio di un produttivismo insostenibile, per quantità e qualità) sta toccato livelli di rischio difficilmente reversibili, come afferma l’intera comunità scientifica. Possibile che personaggi di tutto rispetto - potentissimi manager, grandi industriali, economisti di fama mondiale, ignorino tutto ciò?

Il fatto è che appunto il problema prioritario rimane sempre quello della crescita e dello sviluppo economico, a cui tutto il resto viene sacrificato. E, attenzione, vengono sacrificate non solo le questioni di cui parlava lei, ma anche problemi come la fame nel mondo. Che dal 2007 si fa sempre più grave: ora si parla di un miliardo di persone sottoalimentate; e nessuno se ne occupa.

Veramente l’ideologia dello sviluppo economico cancella qualunque problema che riguardi qualità della vita e diritti umani, mentre crea guerre senza senso... Si crea una società di cui l’unico scopo è il dovere di crescere economicamente: d’altronde in base a parametri del tutto sballati, come il Pil,

che non considerano affatto la qualità della vita.

Ma, anche dando per scontato che questi signori siano del tutto disinteressati al sociale, di che cosa credono siano fatti automobili, computer, cellulari, grattacieli, armi…

Non gli passa par la testa che sono «fatti» di natura e che se la natura va in malora la stessa cosa capita alla loro produzione?

No, non gli viene in mente. E le spiego perché. Perché è un problema che riguarda il futuro, mentre il presente è quello della crescita, del profitto immediato...

E però anche questo viene messo a rischio dagli eventi più recenti. Quella del Golfo del Messico è una catastrofe economica quanto ambientale.

Non c’è dubbio. Anche su questo sono d’accordo. Quando arriva la catastrofe poi se ne accorgono. E allora che fanno? Insistono sugli stessi schemi che hanno provocato la catastrofe: non hanno altro in testa. La letteratura apocalittica descrive tutto questo. Alcuni libri del genere mi hanno spaventato. Come Portando Clausewitx all’estremo di René Girard, il quale dice: «il riscaldamento climatico del pianeta e l’aumento della violenza sono due fenomeni assolutamente legati». E questa confusione di naturale e artificiale è forse il messaggio più forte contenuto in questi testi apocalittici. Martin Rees, grande astronomo di Cambridge, con Our final Century (Il nostro secolo finale), dubita che la razza umana riesca a sopravvivere al secolo in corso, proprio perché sta distruggendo il pianeta. E cose simili le dice anche Posner nel suo libro Catastrofe: con una popolazione mondiale che, secondo i calcoli, nel 2050 ammonterà a più di 9 miliardi di individui, ci saranno tremendi rischi di carestia: la terra non può dare più di quello che ha.

E queste cose si sanno. Ci sono anche economisti che criticano in qualche misura il capitalismo, ad esempio le grandi disuguaglianze sociali, la distanza tra lo stipendio di un manager e il salario di un operaio... Però nessuno pensa di rimettere in discussione il sistema, sperano di poterlo emendare...

Perché l’ideologia non lo permette. È una fede. Questi sono dei talebani, non può farli cambiare...

Ma il guaio è che questa sorta di riconoscimento del capitalismo come un dato di fatto immodificabile, sembrano ormai condividerlo anche a sinistra…

Certo, perché hanno scelto il riformismo, ormai quella è l’ideologia che ha vinto. Ed è un’ideologia che sta prendendo piede anche nelle religioni: non a caso ho citato l’ultima enciclica di Ratzinger.

Perché poi pensano che la crescita possa dare benessere a tutti quanti. Ma ormai è dimostrato che questo non accade. Se l’1% della popolazione del mondo detiene il 50% del prodotto...

Certo. Ma lei dimentica un’altra cosa. Che il 51%, e oramai anche più, della ricchezza mondiale è nelle mani delle grandi corporations, e a condurre l’economia non sono più gli stati: gli stati non contano più niente. Quindi chi comanda? Le grandi imprese. Hanno in mano la maggiore ricchezza del pianeta: devono sopravvivere e comandare. E allora... Guardi cosa succede

alla delocalizzazione delle industrie che, pur di sopravvivere fanno di tutto, sconquassano le economie e i diritti e non gliene importa niente... L’arretramento della politica è dovuto proprio a questo fatto: che l’economia ha conquistato un predominio assoluto.

A questo punto le sinistre, che seppure faticosamente continuano a esistere, non dovrebbero considerare questa realtà, rifletterci su? Magari ricordando errori del passato; come il fatto che, per paura della disoccupazione tecnologica, il progresso l’hanno regalato al capitalismo: mentre la minaccia della crescita senza lavoro avrebbe potuto essere usata per ripensare l’intero rapporto tra produzione e vita... Ma hanno lasciato tutto in mano al capitale.

Dopotutto il progresso l’ha inventato lui… e se l’è tenuto ben stretto…

Be’ per la verità l’ha inventato la scienza....

La quale è comandata dalla stessa ideologia…

Anche perché hanno bisogno di finanziamenti... Però all’origine delle grandi trasformazioni tecnologiche c’è il pensiero di uno scienziato...

Non si può dimenticare comunque che non mancano intellettuali che discutono di queste cose... Amartya Sen ad esempio dice che non si può ridurre la democrazia al voto… che occorre una democrazia di larga discussione. E arriva a sostenere che con la discussione si eviterebbero le catastrofi naturali.

Le catastrofi naturali - come Lei ha detto con tutta chiarezza - non si evitano finché il prodotto continua a crescere. Perciò mi stupisco che neanche i pochi consapevoli della gravità della situazione ecologica, non trovino il coraggio di dire: basta crescere. Cioè basta capitalismo.

Basta capitalismo. Ma con che cosa lo si sostituisce?

Nessuno ha un’idea in testa. Questa è la verità.

Eppure forse oggi non sarebbe impossibile farsela venire. La globalizzazione è un fatto che nessuno più nega. E certo esiste una globalizzazione economica ... e una globalizzazione culturale operata dai mezzi di comunicazione di massa... Ma non esiste una globalizzazione politica.

E non esiste una globalizzazione giuridica tra l’altro. Questa è a grande differenza con la globalizzazione di tipo medioevale, regolata dalla famosa Lex mercatoria, una legge elaborata dai mercanti, non da un singolo stato: e per suomezzo il commercio funzionava. Adesso le grandi imprese lavorano tra di loro. Non c’è più una norma giuridica che ne disciplini i comportamenti: nei confronti della fame nel mondo, dello sfruttamento delle classi più povere, del lavorominorile, della sicurezza sul lavoro che secondo Tremonti è un lusso. E ovviamente nemmeno nei confronti del pianeta.

E questo non si deve anche al fatto che una volta le sinistre facevano opposizione, e ora non la fanno più? O quanto meno la fanno solo riguardo ad alcune situazioni; le quali d’altronde non possono essere risolte a prescindere dal contesto generale. Come si diceva, la globalizzazione è una realtà governata dal grande capitale. Ma nessuno tenta di regolarla, e nemmeno di capirla. Sinistre comprese.

Ma la ragione c’è. Le sinistre hanno continuato a ragionare fino a quando esisteva il comunismo, che costituiva un’ideologia contrapposta a quella del capitalismo, e in qualche modo proponeva delle soluzioni alternative. Dopo la caduta del muro di Berlino cambia tutto. Questa è la verità. La politica sparisce, l’economia ha il sopravvento e s’impone come politica. Le sinistre accantonano il marxismo.

Dunque una sinistra organizzata di qualche peso non esiste. Però (pongo anche a Lei una domanda rivolta ai precedenti intervistati) esiste una massa di movimenti, di piccole e grosse aggregazioni di base, che in complesso, sebbene separatamente, vanno denunciando le peggio iniquità e assurdità del nostro mondo, tutte in pratica riconducibili alla logica del capitale. Pacifismo, femminismo, ambientalismo, colti magari in un solo aspetto dei singoli problemi (acqua, nucleare, Afghanistan, donne violentate, precariato giovanile, ecc. ecc.): non crede rappresentino in complesso quella che potrebbe essere la base per un grande rilancio di un’opposizione valida? Ma le sinistre non ci provano nemmeno…

Non ci provano perché manca l’ideologia unificatrice. Il marxismo è nato quando il capitalismo da mercantile è diventato industriale, e Carlo Marx ha elaborato un’ideologia completamente nuova. In questi anni, analogamente, si è verificata una nuova rivoluzione, la rivoluzione finanziaria. Contro la quale occorrerebbe una nuova ideologia. Il brasiliano Unger, filosofo del diritto di Harvard, in un libro molto bello, Democrazia ad alta energia, dice che, invece di garantire quella finta libertà contrattuale che sta alla base della rivoluzione finanziaria, occorrerebbe un’autorità mondiale capace di imporre nuove regole, e creare così le basi di una struttura diversa, a dimensione globale.

Ecco, non le pare che le sinistre dovrebbero pensare qualcosa del genere, magari sollecitando un incontro tra i non pochi intellettuali di valore che hanno trattato la materia …Io da tempo penso a una Bretton Woods del XXI secolo...

Ma non basta più. Vuole la mia opinione? Rischiando l’accusa di leninismo? Bisogna fare la rivoluzione. La rivoluzione russa è quella che ha cambiato l’ideologia del capitalismo industriale. Qui se non c’è una rivoluzione vera cosa si fa?

Se lei parla di rivoluzione, tutti pensano subito ai cannoni… secondo il modello storico…

Che non è più possibile, ovviamente...

Appunto. Per questo parlavo di BrettonWoods, nel senso che occorrerebbe una iniziativa a livello mondiale, con l’autorità di imporre questi problemi, che sono noti ma non vengono affrontati.

Sì, la cosa dovrebbe partire dalle Nazioni Unite, l’ho scritto più volte…

Perché l’Onu dopotutto alcuni tentativi seri li ha fatti. A proposito di ambiente, sulla fine del secolo scorso ha promosso un paio di grossi convegni, molto più efficaci dei tanti che sono seguiti... E più volte, nei suoi Rapporti sullo sviluppo umano, ha preso posizione contro il consumismo, contro il Pil come misura di benessere, contro la guerra come soluzione dei problemi… E Ban Ki Moon si è spinto fino ad auspicare un contenimento del Pil…

Be’ sì. In fondo, dopo la dichiarazione dei diritti dell’Assemblea generale dell’Onu del ’48, qualcosa è accaduto: come dopo la dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789. Solo qualcosa di simile potrebbe cambiare la situazione: una rivoluzione di tipo mondiale, organizzata dalle Nazioni Unite, in cui si ridefiniscano i veri diritti, i principi per una vita diversa da quella voluta dal potere economico, e quindi una vita orientata dalla politica e non dall’economia. Poi mi accuseranno di essere un utopista… Però io credo che l’utopia sia decisamente meglio dell’apocalisse: che è l’alternativa che ci aspetta.

di Guido Rossi - Carla Ravaioli

01 novembre 2010

Quando Pasolini scrisse a un giovane fascista per salvare il suo mondo



Per essere reazionario, Pier Paolo Pasolini era reazionario. Basti pensare al suo testamento bio-poetico, quel "Saluto e augurio" che rivolge a un giovane fascista, definendolo "morto" e, però, affidandogli, fra le altre missioni che gli affida, quella di amare i poveri, sì, ma purché restino poveri: «Ama la loro voglia di vivere soli / nel loro mondo, tra prati e palazzi / dove non arrivi la parola / del nostro mondo; ama il confine che hanno segnato tra noi e loro; / ama il loro dialetto inventato ogni mattina, / per non farsi capire; per non condividere con nessuno la loro allegria».
Chiedere proprio a un giovane fascista di fare in modo che questa "allegria" incosciente e "diversa" fosse "difesa e conservata" era anche una forma di ipocrisia un po' vigliacca, esplicitamente dichiarata in finale di testo: «Prenditi tu, / sulle spalle, questo fardello. / Io non posso: nessuno ne capirebbe / lo scandalo». Insomma, un modo neanche tanto allegorico per dire: c'è un lavoro sporco da fare, impedire che i poveri, per andare incontro a una evoluzione dal loro stato di bisogno, siano inghiottiti dall'omologazione ("globalizzazione" la chiameremmo oggi) ma io non me lo posso permettere, fallo te che tanto sei un "morto".
Viene da pensare: e perché mai avrebbe dovuto essere proprio un giovane fascista a compiere questa opera salvifica del suo (di Pasolini) idilliaco mondo pre-moderno, sospeso fra le ridenti contrade di Casarsa nel Friuli e le borgate del sottoproletariato romano? Il vizio di prospettiva critica del poeta è evidente: per lui il fascismo, secondo i paradigmi della chiesa marxista alla quale nonostante tutto sosteneva appartenere, era l'avamposto della reazione al progresso che, sempre lui, detestava. Fosse stato veramente libero dai pregiudizi che diceva di aborrire, avrebbe potuto accorgersi facilmente che il momento storico in cui questo Paese è uscito dalla pre-modernità per entrare nella modernità, pur con tutte le sue contraddizioni, pur con tutti i suoi evitabili errori, fu proprio il Ventennio mussoliniano.
E non posso nemmeno pensare, da uomo di profonda cultura qual era, ignorasse che una delle molle propulsive del fascismo fosse stato quel Futurismo che tutto può essere considerato, tranne essere un movimento di retroguardia nemico del progresso e con il torcicollo storico. E quindi? Quindi, aveva semplicemente sbagliato destinatario della sua missiva. Quel fascista che aveva in mente lui era semplicemente sconosciuto all'indirizzo. Per quella conservazione e difesa della purezza proletaria che gli stava a cuore, contro qualsiasi insidia della modernità, avrebbe dovuto rivolgersi con più attendibile precisione a qualche suo correligionario marxista. Chessò?, a un khmer rosso, per esempio.
Ciononostante i reazionari, qual lui indubbiamente era, difettano nelle soluzioni che propongono ma sono spesso (non tutti…) dotati di una certa facoltà di preveggenza. Pasolini fu tra i primi ad accorgersi - eravamo intorno alla metà degli anni 70 - che il corso degli eventi stava prendendo la china che, di rimbalzo in rimbalzo, avrebbe prodotto la radicale trasformazione dei vincoli connettivi della società civile italiana, e non solo italiana. Anche perché avveduto della scuola francofortese dei vari Benjamin, Adorno, Horkheimer, Marcuse, Fromm, Löwenthal, declinò tempestivamente, o comunque ne fu tra i primi interpreti italiani, una critica serrata all'incipiente "società del consumo" nei suoi molteplici ingranaggi azzeranti. A cominciare da quel micidiale processo di schiacciamento del desiderio individuale sugli standard dei cicli produttivi del profitto capitalista über alles, fino a determinare una "mutazione antropologica" dell'individuo stesso. E non mancò nemmeno di indicare quale fosse lo strumento principale di cui i nuovi poteri si sarebbero serviti per realizzare lo scopo: la televisione.
Converrà rileggere le sue parole: «Per mezzo della televisione, il centro ha assimilato a sé l'intero paese che era così storicamente differenziato e ricco di culture originali. Ha cominciato un'opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza. Ha imposto cioè - come dicevo - i suoi modelli: che sono i modelli voluti dalla nuova industrializzazione, la quale non si accontenta più di un "uomo che consuma", ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo, [del] nuovo fenomeno culturale "omologatore" che è l'edonismo di massa».
Porca miseria: queste parole furono pronunciate - credo - intorno al 1975, anno stesso della sua morte. Eravamo nel bel mezzo di una guerra civile. Le televisioni in Italia erano solo tre e tutte e tre erano controllate dall'apparato dei partiti. Le emittenti private avrebbero cominciato a trasmettere, e solo in ambito locale, nel 1976. Il Grande Fratello non ci aveva ancora convinti della sua verità, ovvero: che solo apparendo in Tv la realtà diventava realtà, e non era nemmeno stato ipotizzato come format di quel successo che avrebbe poi avuto nei palinsesti planetari. E questo reazionario poeta, narratore regista di cinema aveva già fotografato, con una messa a fuoco straordinaria, la macchina che ci avrebbe persuasi tutti di vivere nel "migliore dei mondi possibili". Manco il fascismo - sosteneva - era riuscito a tanto.
Per una corretta cronologia, basterà far caso che, in quel fatidico 1975, Silvio Berlusconi si occupava ancora solo di attività edilizia. Sconosciuto al grande pubblico, e allo stesso Pasolini ma non, probabilmente, al suo superconscio, il futuro avvento del "Grande Comunicatore" - e chi altri se non lui? - già dettava al poeta la profezia finale: «È attraverso lo spirito della televisione che si manifesta in concreto lo spirito del nuovo potere. Non c'è dubbio (lo si vede dai risultati) che la televisione sia autoritaria e repressiva come mai nessun mezzo di informazione al mondo». Che strano uomo questo Pasolini. Reazionario fino al punto di esaltare l'azione repressiva dei poliziotti a Valle Giulia, all'alba del 68, e lungimirante fino al limite di immaginare dove la società del "Drive in" ci avrebbe approdati: in quella dittatura del "Truman Show" che abbiamo sperimentato ben bene in questi ultimi 16 anni. E dalla quale, finalmente, stiamo cercando di uscire. Forse, un po', anche grazie a lui…
di Miro Renzaglia

30 ottobre 2010

L'economia del disastro globale







Decrescita o diverso modello di sviluppo? Le contraddizioni del capitalismo, i ritardi della sinistra sulla questione ambientale, l'assuefazione a considerarci tutti consumatori. E le lungimiranti analisi dell'economista Georgescu-Rogen che già negli anni '70 rifletteva su guerra, demografia, stili di vita

La crescita del prodotto è lo strumento perseguito per il superamento della crisi. Una politica criticata dall' ambientalismo più qualificato. Tu che ne pensi?

Credo che come valore principale si dovrebbe pensare non tanto alla crescita, quanto a un diverso modello di sviluppo economico, rispettoso della natura. Tuttavia diffido della parola "decrescita", mi pare sia un errore dei sostenitori di questa tesi, peraltro preparati, agguerriti, intelligenti ... Non si tratta di decrescita, ma di adottare stili di vita diversi. Se ciò fosse tecnicamente concepibile, bisognerebbe però vedere se l'umanità è disposta ad aderire a un modello di questo genere: e questo è un problema politico.

Già, la gente ha assunto la crescita ormai come norma di vita.

Certo. Bisogna però ricordare che, per tutta la prima fase del capitalismo, la crescita è stata provvidenziale; e lo è ancora nei paesi poveri. Il superamento delle condizioni di miseria del primo capitalismo, durato in pratica tutto l'800, è stato un fatto straordinario. Quanto poi alla capacità di crescita attuale va detto che non tutto il mondo ne è capace. Alcuni paesi - Cina, India, Brasile - lo sono, e ovviamente aggravano le condizioni ambientali. Ma nel resto del mondo, il capitalismo non è nemmeno più capace di crescita.
Infatti. C'è questo doppio problema. La crescita - a parte la sua ricaduta negativa sull'ecosistema - sembra non funzionare più...
Una delle ragioni per le quali non funziona più è che negli ultimi trent'anni le modalità della crescita capitalistica hanno generato disoccupazione e disuguaglianze: i ricchi sono diventati più ricchi, i poveri più poveri ... E questo ha provocato la crisi attuale: se i redditi da lavoro sono bassi, è bassa la domanda effettiva, l'economia non cresce e i capitali si spostano sulla finanza, con i risultati che abbiamo visto.

Il capitalismo non tiene più ?

Credo proprio che lo si possa dire: lo si vede. E al fondo credo ci sia una questione su cui era stato molto chiaro Marx, quando scrive, nelle ultime pagine del III libro del Capitale, che il «processo lavorativo è soltanto un processo tra l'uomo e la natura». Se ci si riflette, qualsiasi processo produttivo, per quanto complesso, mediato da macchine, ecc., alla fine è un rapporto tra uomo e natura.

Da tempo mi domando come sia possibile che grandi economisti, imprenditori, politici (a Davos, Cernobbio, Capri...) discutano del futuro del mondo senza nemmeno nominare l'ambiente.

Come se le merci che producono non fossero fatte di natura...

Un fatto che qualsiasi persona di buon senso dovrebbe considerare ... Nelle forme primitive di economia il rapporto tra uomo e natura attraverso il lavoro era immediato ed evidente; ma anche il lavoro moderno, tecnicamente più complesso, alla fine risulta essere un rapporto, seppure mediato, tra uomo e natura. Allora si può dire che tendenzialmente si genera un conflitto tra lo sviluppo materiale della produzione e la sua forma sociale; e che così come ci sono dei limiti al saggio di sfruttamento del lavoro, oltre il quale si danno crisi economiche, così esiste un limite al saggio di sfruttamento della natura, oltre il quale si danno crisi della stessa natura.

D'altronde questa sproporzione tra disponibilità di natura e uso della medesima è un fatto recente, che appartiene al capitalismo, ma è enormemente aumentata nel dopoguerra, con la società dei consumi.

Certamente. E su questo credo si debba riflettere partendo dal pensiero di Georgescu-Roegen, un grande economista poco noto; il quale ci ricorda che anche il processo produttivo è regolato dalle leggi della termodinamica, e che per la legge dell'entropia la materia è soggetta a una dissipazione irreversibile. Ciò significa che nel lungo periodo, ma non tanto lungo, la decrescita non sarà una scelta, ma un fatto di natura: la legge della termodinamica funziona per tutti. Da ciò Georgescu non trae però conclusioni catastrofiche. Sì domanda invece: si potrebbe fare qualcosa? La sua risposta è sì: e si articola in un programma bioeconomico minimale, formulato in otto punti. Il primo afferma che dovrebbe essere proibita non solo la guerra, ma anche la produzione di ogni strumento bellico. E non solo per ragioni morali, ma perché le forze produttive così liberate potrebbero essere impiegate al fine di consentire ai paesi sottosviluppati di raggiungere rapidamente gli standard di una vita buona. Perché un progetto di diverso sviluppo deve essere condiviso a livello universale, altrimenti non può funzionare. Inoltre - afferma Georgescu - la popolazione mondiale dovrebbe ridursi fino a renderne possibile la nutrizione mediante la sola agricoltura organica. Ma oggi la questione demografica non viene nemmeno posta ...

Anzi, si lamenta la denatalità, e quindi la caduta di consumi come carrozzelle, pannolini , ecc.

Ormai dell'umanità, di tutti noi, si parla non più come di lavoratori, ma solo come di consumatori. E anche a questo proposito bisogna tenere presente che anche quando (se mai giorno verrà) le energie rinnovabili saranno davvero convenienti e sicure, i risparmi che ne avremo saranno molto minori di quanto ci si promette. Ogni spreco di energia deve dunque essere evitato: mentre normalmente noi viviamo troppo al caldo d'inverno, troppo al freddo d'estate, spingiamo l'automobile a troppa velocità, usiamo troppe lampadine ... Il programma di Georgescu dice poi molto altro: dovremmo rinunciare ai troppi prodotti inutili; liberarci dalla moda di sostituire abiti, mobili, elettrodomestici, e quanto è ancora utile; i beni durevoli devono essere ancor più durevoli e perciò riparabili. L'ultimo punto è che dobbiamo liberarci dalla frenesia del fare, e capire che requisito importante per una buona vita è l'ozio. Ozio - aggiungo io - inteso come tempo libero liberato dall'ansia e impiegato in maniera intelligente. E su questo credo non si possa non convenire, per rinviare il momento del disordine e nel frattempo vivere una vita migliore. Però, domanda politica: siamo pronti, noi per primi, ma soprattutto i potenti della terra, a fare nostro il programma di Georgescu?

Questa era la domanda che ti volevo porre. Anche perché Georgescu-Roegen scriveva negli anni '70, quando ancora il consumo non si era ancora imposto come fattore primo di definizione della vita ..

Infatti. E la cosa interessante è che il programma di Georgescu richiama un famoso scritto di Keynes (del 1930): Le prospettive economiche per i nostri nipoti. Molti di questi punti lì c'erano già: guerra, problema demografico, stili di vita, tempo libero ... Due autori di grande statura che avevano precocemente colto il punto, insistendo sulla desiderabilità di altri stili di vita... Anche se Georgescu ragiona in maniera più direttamente funzionale alla difesa della natura. Rimane comunque la domanda: siamo pronti?

Nessuno è pronto, temo. Ma, passando a un altro argomento: le sinistre sono sempre state assenti riguardo al tema ambiente, e talora su posizioni nettamente ostili. In ciò contraddicendo la loro stessa funzione, perché per lo più sono i poveri a pagare inquinamento, alluvioni, desertificazioni, tossicità diffusa ... Eppoi perché, insomma, le sinistre sono nate contro il capitalismo: non toccherebbe a loro per prime occuparsi di un problema che proprio dal capitalismo deriva?

Questa tradizione non ambientalista delle sinistre è dipesa anche da uno scarso approfondimento di questi temi. Mentre curiosamente l' hanno fatto un paio di capitalisti illuminati. Io di solito diffido della definizione di "capitalisti illuminati", tuttavia due debbo ricordarli. Uno, il senatore Giovanni Agnelli, che nei primi anni trenta sosteneva la necessità di una riduzione dell'orario di lavoro, in dura polemica con un preoccupatissimo Luigi Einaudi. L'altro, Henry Ford con la sua politica di alti salari (che molto interessò Antonio Gramsci): i lavoratori devono essere ben pagati, affinché possano comperare le merci che essi stessi producono.

Un'iniziativa che in sintesi già prefigurava la società dei consumi...

Certamente. Ma la cosa interessante è che Kojève, il grande intellettuale studioso di Hegel, russo d'origine poi approdato in Francia, diceva che Ford era il Marx del XX secolo: per aver colto la contraddizione e il rischio di lavoratori che non potevano comperare ciò che essi stessi producevano. Un tema caro anche a Claudio Napoleoni, quando diceva che il lavoratore si trova davanti, come nemico, ciò che egli stesso ha prodotto. Ford non era mica un sant'uomo, era durissimo coi sindacati, ma da un punto di vista strettamente economico aveva colto il problema. D'altronde nemmeno Keynes voleva abbattere il capitalismo: voleva farlo funzionare meglio, anzi salvarlo, come dichiarava esplicitamente. Mentre molti parlavano di lui come di un bolscevico, a cominciare proprio da Einaudi. Ma per tornare alla tua domanda circa le sinistre di oggi, la mia risposta è in interrogativo: dove sono oggi le sinistre?

Queste tante piazze piene di gente, di giovani soprattutto, queste manifestazioni sempre più frequenti, molto spesso centrate proprio su problemi ecologici: acqua, nucleare, rifiuti, distruzione di parchi, cementificazione di litorali .... Non significa nulla tutto questo? Se ci pensi, questi tanti conflitti "minori", diciamo, sono tutti riconducibili alla radice capitalista. Un'analisi in qualche misura approfondita scopre che la radice è sempre l'impianto capitalistico. Queste sinistre, possibile che non se ne accorgano? Che non vedano che questa potrebbe essere una base da cui partire?

Tutto questo è però molto frammentato, manca la sintesi, quindi manca quella che potrebbe essere la base concettuale e ideale di un progetto di sinistra ... Certo, questo dovrebbe essere il compito della sinistra: portare a sintesi tutte le istanze nobili e progressiste ... Ma questa è una sensibilità che mi pare manchi alle sinistre ... L'unico che aveva provato a ragionare di queste cose, era stato Berlinguer con il suo discorso sull'austerità. Era un discorso molto alto, che toccava proprio i temi di cui abbiamo parlato; tanto alto che non era stato capito, e letto addirittura come un invito ai compagni a tirare la cinghia.


GIORGIO LUNGHINI
Carla Ravaioli

29 ottobre 2010

Così ci ingannano sui farmaci




Uno studio rivela come le aziende farmaceutiche riscrivano gli articoli scientifici per gonfiare le virtù di una medicina o nasconderne i danni collaterali. Ed è sulla base di questi "falsi" che spesso vengono fatte le ricette

Gli articoli scientifici che riportano studi clinici controllati riguardanti nuovi farmaci rappresentano la base per redigere articoli più divulgativi che influenzano le prescrizioni da parte dei medici che raramente leggono gli articoli originali. Le industrie colgono questa opportunità per rendere gli articoli il più possibile favorevoli al nuovo farmaco, facendoli revisionare - o addirittura scrivere completamente - da esperti che rimangono anonimi, sono i cosiddetti "scrittori fantasma". Molto spesso non si tratta di modificare i risultati, ma di presentarli in modo attraente, enfatizzando piccoli risultati e minimizzando l'eventuale presenza di effetti tossici.

Particolare attenzione viene riservata al riassunto del lavoro, perché in generale questo non è oggetto di molto interesse da parte dei valutatori, mentre rappresenta la parte dell'articolo che più frequentemente è letta e determina l'impressione finale da parte del lettore.

Questo modo di operare è evidentemente non-etico e non riguarda solo le industrie interessate, ma anche i ricercatori clinici che accettano di firmare lavori scientifici scritti da altri. Uno studio pubblicato su "Plos Medicine" analizza i documenti messi a disposizione da parte della Giustizia Federale degli Stati Uniti che riguardano in particolare parecchi articoli scritti per commentare gli effetti favorevoli della terapia ormonale in menopausa da parte di una ditta specializzata nella stesura di articoli scientifici a pagamento. I ghost writer cercavano di mitigare il rischio di tumore della mammella dovuto all'uso della terapia ormonale magnificando benefici cardiovascolari e prevenzione della demenza, della malattia di Parkinson (e persino delle rughe, senza ovviamente alcuna base scientifica).

Tutto ciò non può che nuocere all'appropriatezza delle terapie, ma serve invece a gonfiare le prescrizioni e i profitti. È importante che i medici siano critici nella lettura della documentazione che ricevono, controllando i dati se possibile sui lavori originali. Occorre anche che il Servizio Sanitario Nazionale dissemini informazioni oggettive per ridurre la sproporzione oggi esistente fra messaggi dell'industria farmaceutica e informazione indipendente.

Silvio Garattini, direttore Istituto Mario Negri di Milano