02 marzo 2009

Rifiuti tecnologici: una odissea di traffici illeciti

 



Ogni giorno sul pianeta vengono prodotte milioni di tonnellate di rifiuti tecnologici, fonti di inquinamento e simboli di spreco. Le normative europee (e non solo) prevedono smaltimento controllato e recupero dei materiali riciclabili. Eppure, ogni giorno, enormi quantità di elettronica di scarto raggiungono illegalmente mercati o discariche a cielo aperto in Africa e Asia.



 




Giorno dopo giorno si accumulano milioni di tonnellate di rifiuti tecnologici

I progressi tecnologici sono continui e costanti. Quotidianamente si affacciano sul mercato dispositivi elettronici più moderni, complessi e dalle maggiori potenzialità. Ma la corsa all’acquisto del prodotto ultimo-grido o dalle prestazioni migliori si porta dietro come conseguenza inevitabile lo scarto di quello precedentemente in uso.

 


Ed è così che giorno dopo giorno si accumulano milioni di tonnellate di rifiuti tecnologici: piaga non trascurabile del nostro tempo. Secondo le stime elaborate dall’ONU, le apparecchiature elettriche ed elettroniche gettate via ogni anno ammontano a 20-50 milioni di tonnellate e crescono in quantità con un tasso del 3-5% annuo, tre volte superiore a quello dei rifiuti normali.


Ma dove vanno a finire computer e televisori dinosauro? Che ne è degli elettrodomestici attempati scaricati a favore del gioiello dell’ultimo minuto?


Qualche giorno fa l’associazione ambientalista Greenpeace ha reso pubblici i risultati dell’ultima indagine da essa condotta sul destino dei rifiuti tecnologici: un televisore rotto, consegnato in Gran Bretagna ad un’azienda che si sarebbe dovuta interessare dello smaltimento, è passato invece di mano e ha preso la via della Nigeria, su una nave ultra-carica di apparecchiature di seconda mano o del tutto inutilizzabili.


Ciò che è stato scoperto conferma quanto già emerso in precedenti investigazioni: i prodotti destinati allo sfascio, anziché essere smaltiti secondo il dovuto protocollo ed eventualmente parzialmente recuperati, si avviano attraverso traffici illeciti in direzione di paesi del sud del mondo, dove vengono rivenduti come beni usati, ma più spesso semplicemente depositati in immense discariche a cielo aperto ai margini dei villaggi e dei sobborghi poveri. Qui gente del posto, per lo più ragazzi se non bambini, pur di guadagnare qualche soldo per la sopravvivenza, si dedica al recupero dei componenti riciclabili, intervenendo senza alcuna precauzione sanitaria.




I prodotti destinati allo sfascio si avviano attraverso traffici illeciti in direzione di paesi del sud del mondo

 


La maggior parte delle apparecchiature elettroniche che popolano il nostro quotidiano (impiegate per l’informatica, le telecomunicazioni, lo svago, la pulizia della casa) contengono sostanze altamente nocive, in particolare metalli come piombo, rame, alluminio e cadmio. Quando vengono destinate alla distruzione, sono classificate come rifiuti pericolosi e non possono seguire l’iter normale di demolizione, bensì devono essere sottoposte ad interventi speciali.


Nelle discariche del sud del mondo, invece, i lavoratori operano a mani nude, sventrano le apparecchiature, bruciano gli involucri e le plastiche - diffondendo così fumi neri altamente nocivi che respirano sistematicamente -, sottraggono i componenti da rivendere e lasciano i resti sul luogo. Le conseguenze sono gravissimi danni alla salute dei ragazzi che operano direttamente sui rifiuti, nonché inquinamento del suolo, dell’aria e spesso anche dell’acqua (se i veleni penetrano nel terreno fino a raggiungere le falde acquifere).


Quando, qualche anno fa, la realtà dei paesi in via di sviluppo adibiti a pattumiera del mondo “civile” iniziò a saltare all’occhio, il nord del mondo prese a dotarsi di leggi che impedissero i traffici di rifiuti tecnologici (denominati RAEE, ossia Rifiuti da Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche) e lo smaltimento al di fuori dei confini del paese o della federazione di stati. Queste normative, però, vengono spesso eluse e i dispositivi destinati alla distruzione riescono a compiere viaggi illegali.


Greenpeace dichiara che al giorno d’oggi “si perdono le tracce del 75% dei rifiuti tecnologici prodotti nell’Unione Europea e di oltre l’80% di quelli originati negli Stati Uniti. Se anche una parte di essi è ancora nelle case, nelle cantine e nei garage, o viene smaltito in discarica o inceneritore, una buona parte viene esportata – spesso illegalmente – per finire in discariche incontrollate in Africa oppure a riciclatori clandestini in Asia”.




Ragazzi e bambini, pur di guadagnare qualche soldo per la sopravvivenza, si dedicano al recupero dei componenti riciclabili, intervenendo senza alcuna precauzione sanitaria

 


Le destinazioni più frequenti delle navi che trasportano dispositivi elettrici ed elettronici di scarto sono il Ghana, la Nigeria, il Pakistan, la Cina e l’India. Greenpeace, in anni di inchieste svolte in tali terre, ha raccolto testimonianze e documenti filmati shockanti ed illuminanti allo stesso tempo.


In Italia, considerando che si producono annualmente più di 800.000 tonnellate di RAEE, e se ne raccolgono circa 110.000, si può concludere che non si ha notizia delle sorti di almeno l’85% dei rifiuti elettronici prodotti nel nostro paese.


Nell’Unione Europea lo smaltimento dei RAEE è regolato da varie direttive, che sono state recepite dall’Italia nel decreto legislativo 151 del 25 luglio 2005. La legge, entrata in vigore il primo gennaio 2008, sposta il compito di occuparsi di tali rifiuti dagli organismi comunali agli stessi produttori, che sono così diventati responsabili delle proprie apparecchiature anche al termine della loro vita commerciale sul mercato o nelle case dei consumatori. I produttori hanno l’obbligo di iscriversi in un apposito registro e di costituirsi in un sistema collettivo o consortile che si occupi di raccolta, trasporto, stoccaggio, disassemblaggio, riciclaggio e smaltimento dei rifiuti hi-tech.


Purtroppo, però, la legislazione è tuttora carente di alcuni decreti attuativi, che sono fondamentali affinché la legge sia tradotta in pratica e non resti mera norma virtuale. Particolarmente necessario e atteso è il cosiddetto “Decreto Semplificazioni”, che obbligherà i rivenditori a ritirare gratuitamente l’apparecchio dismesso nel momento in cui il cliente ne acquisti uno nuovo (secondo il principio dell’uno a uno, ossia “prendo uno, lascio uno”). La pubblicazione di tale documento era prevista per la fine del febbraio 2008, ma ha subito una serie di rinvii ed oggi, ad un anno di distanza, risulta ancora non effettuata.




In Italia particolarmente necessario e atteso è il cosiddetto “Decreto Semplificazioni”

 


Nel nostro Paese esistono 9 consorzi per lo smaltimento e il riciclaggio dei rifiuti tecnologici, coordinati dall’Associazione Nazionale Italiana dei produttori di apparecchiature Elettroniche (ANIE), la quale fa capo a Confindustria. I consorzi sono amministrati dagli stessi produttori che li costituiscono (e ne sono, dunque, soci). Essi sono operativi ed alcuni, come ReMedia, Ecoelit ed Ecolamp, vantano una notevole attività. Al momento, però, ci si può affidare solo al senso civico del singolo cittadino che, obbligato a distinguere i rifiuti pericolosi da quelli tradizionali, abbia la buona volontà di depositare l’apparecchio elettrico o elettronico presso l’opportuna isola ecologica (o contattare personalmente l’azienda che si occupa del recupero).


E’ auspicabile che il Ministro dell’ambiente vari al più presto il “Decreto Semplificazioni”, anche in virtù del ritorno sulla stampa del tema in virtù dell’inchiesta pubblicata da Greenpeace.


Ma è anche opportuno che le aziende produttrici di dispositivi hi-tech investano di più nella ricerca, al fine di realizzare apparati che non impieghino materiali tossici o eccessivamente inquinanti, perché – come ancora diciamo e ripeteremo sempre - non produrre è meglio che riciclare o smaltire in maniera controllata.


di Virginia Greco


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02 marzo 2009

Rifiuti tecnologici: una odissea di traffici illeciti

 



Ogni giorno sul pianeta vengono prodotte milioni di tonnellate di rifiuti tecnologici, fonti di inquinamento e simboli di spreco. Le normative europee (e non solo) prevedono smaltimento controllato e recupero dei materiali riciclabili. Eppure, ogni giorno, enormi quantità di elettronica di scarto raggiungono illegalmente mercati o discariche a cielo aperto in Africa e Asia.



 




Giorno dopo giorno si accumulano milioni di tonnellate di rifiuti tecnologici

I progressi tecnologici sono continui e costanti. Quotidianamente si affacciano sul mercato dispositivi elettronici più moderni, complessi e dalle maggiori potenzialità. Ma la corsa all’acquisto del prodotto ultimo-grido o dalle prestazioni migliori si porta dietro come conseguenza inevitabile lo scarto di quello precedentemente in uso.

 


Ed è così che giorno dopo giorno si accumulano milioni di tonnellate di rifiuti tecnologici: piaga non trascurabile del nostro tempo. Secondo le stime elaborate dall’ONU, le apparecchiature elettriche ed elettroniche gettate via ogni anno ammontano a 20-50 milioni di tonnellate e crescono in quantità con un tasso del 3-5% annuo, tre volte superiore a quello dei rifiuti normali.


Ma dove vanno a finire computer e televisori dinosauro? Che ne è degli elettrodomestici attempati scaricati a favore del gioiello dell’ultimo minuto?


Qualche giorno fa l’associazione ambientalista Greenpeace ha reso pubblici i risultati dell’ultima indagine da essa condotta sul destino dei rifiuti tecnologici: un televisore rotto, consegnato in Gran Bretagna ad un’azienda che si sarebbe dovuta interessare dello smaltimento, è passato invece di mano e ha preso la via della Nigeria, su una nave ultra-carica di apparecchiature di seconda mano o del tutto inutilizzabili.


Ciò che è stato scoperto conferma quanto già emerso in precedenti investigazioni: i prodotti destinati allo sfascio, anziché essere smaltiti secondo il dovuto protocollo ed eventualmente parzialmente recuperati, si avviano attraverso traffici illeciti in direzione di paesi del sud del mondo, dove vengono rivenduti come beni usati, ma più spesso semplicemente depositati in immense discariche a cielo aperto ai margini dei villaggi e dei sobborghi poveri. Qui gente del posto, per lo più ragazzi se non bambini, pur di guadagnare qualche soldo per la sopravvivenza, si dedica al recupero dei componenti riciclabili, intervenendo senza alcuna precauzione sanitaria.




I prodotti destinati allo sfascio si avviano attraverso traffici illeciti in direzione di paesi del sud del mondo

 


La maggior parte delle apparecchiature elettroniche che popolano il nostro quotidiano (impiegate per l’informatica, le telecomunicazioni, lo svago, la pulizia della casa) contengono sostanze altamente nocive, in particolare metalli come piombo, rame, alluminio e cadmio. Quando vengono destinate alla distruzione, sono classificate come rifiuti pericolosi e non possono seguire l’iter normale di demolizione, bensì devono essere sottoposte ad interventi speciali.


Nelle discariche del sud del mondo, invece, i lavoratori operano a mani nude, sventrano le apparecchiature, bruciano gli involucri e le plastiche - diffondendo così fumi neri altamente nocivi che respirano sistematicamente -, sottraggono i componenti da rivendere e lasciano i resti sul luogo. Le conseguenze sono gravissimi danni alla salute dei ragazzi che operano direttamente sui rifiuti, nonché inquinamento del suolo, dell’aria e spesso anche dell’acqua (se i veleni penetrano nel terreno fino a raggiungere le falde acquifere).


Quando, qualche anno fa, la realtà dei paesi in via di sviluppo adibiti a pattumiera del mondo “civile” iniziò a saltare all’occhio, il nord del mondo prese a dotarsi di leggi che impedissero i traffici di rifiuti tecnologici (denominati RAEE, ossia Rifiuti da Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche) e lo smaltimento al di fuori dei confini del paese o della federazione di stati. Queste normative, però, vengono spesso eluse e i dispositivi destinati alla distruzione riescono a compiere viaggi illegali.


Greenpeace dichiara che al giorno d’oggi “si perdono le tracce del 75% dei rifiuti tecnologici prodotti nell’Unione Europea e di oltre l’80% di quelli originati negli Stati Uniti. Se anche una parte di essi è ancora nelle case, nelle cantine e nei garage, o viene smaltito in discarica o inceneritore, una buona parte viene esportata – spesso illegalmente – per finire in discariche incontrollate in Africa oppure a riciclatori clandestini in Asia”.




Ragazzi e bambini, pur di guadagnare qualche soldo per la sopravvivenza, si dedicano al recupero dei componenti riciclabili, intervenendo senza alcuna precauzione sanitaria

 


Le destinazioni più frequenti delle navi che trasportano dispositivi elettrici ed elettronici di scarto sono il Ghana, la Nigeria, il Pakistan, la Cina e l’India. Greenpeace, in anni di inchieste svolte in tali terre, ha raccolto testimonianze e documenti filmati shockanti ed illuminanti allo stesso tempo.


In Italia, considerando che si producono annualmente più di 800.000 tonnellate di RAEE, e se ne raccolgono circa 110.000, si può concludere che non si ha notizia delle sorti di almeno l’85% dei rifiuti elettronici prodotti nel nostro paese.


Nell’Unione Europea lo smaltimento dei RAEE è regolato da varie direttive, che sono state recepite dall’Italia nel decreto legislativo 151 del 25 luglio 2005. La legge, entrata in vigore il primo gennaio 2008, sposta il compito di occuparsi di tali rifiuti dagli organismi comunali agli stessi produttori, che sono così diventati responsabili delle proprie apparecchiature anche al termine della loro vita commerciale sul mercato o nelle case dei consumatori. I produttori hanno l’obbligo di iscriversi in un apposito registro e di costituirsi in un sistema collettivo o consortile che si occupi di raccolta, trasporto, stoccaggio, disassemblaggio, riciclaggio e smaltimento dei rifiuti hi-tech.


Purtroppo, però, la legislazione è tuttora carente di alcuni decreti attuativi, che sono fondamentali affinché la legge sia tradotta in pratica e non resti mera norma virtuale. Particolarmente necessario e atteso è il cosiddetto “Decreto Semplificazioni”, che obbligherà i rivenditori a ritirare gratuitamente l’apparecchio dismesso nel momento in cui il cliente ne acquisti uno nuovo (secondo il principio dell’uno a uno, ossia “prendo uno, lascio uno”). La pubblicazione di tale documento era prevista per la fine del febbraio 2008, ma ha subito una serie di rinvii ed oggi, ad un anno di distanza, risulta ancora non effettuata.




In Italia particolarmente necessario e atteso è il cosiddetto “Decreto Semplificazioni”

 


Nel nostro Paese esistono 9 consorzi per lo smaltimento e il riciclaggio dei rifiuti tecnologici, coordinati dall’Associazione Nazionale Italiana dei produttori di apparecchiature Elettroniche (ANIE), la quale fa capo a Confindustria. I consorzi sono amministrati dagli stessi produttori che li costituiscono (e ne sono, dunque, soci). Essi sono operativi ed alcuni, come ReMedia, Ecoelit ed Ecolamp, vantano una notevole attività. Al momento, però, ci si può affidare solo al senso civico del singolo cittadino che, obbligato a distinguere i rifiuti pericolosi da quelli tradizionali, abbia la buona volontà di depositare l’apparecchio elettrico o elettronico presso l’opportuna isola ecologica (o contattare personalmente l’azienda che si occupa del recupero).


E’ auspicabile che il Ministro dell’ambiente vari al più presto il “Decreto Semplificazioni”, anche in virtù del ritorno sulla stampa del tema in virtù dell’inchiesta pubblicata da Greenpeace.


Ma è anche opportuno che le aziende produttrici di dispositivi hi-tech investano di più nella ricerca, al fine di realizzare apparati che non impieghino materiali tossici o eccessivamente inquinanti, perché – come ancora diciamo e ripeteremo sempre - non produrre è meglio che riciclare o smaltire in maniera controllata.


di Virginia Greco


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